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MOZIONE 2
18 giugno 2008 02:22
PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA SEZIONE DI MASSAFRA (TA)
CONGRESSO
RISULTATO:
ISCRITTI/E: 80
VOTANTI: 56
mozione FERRERO voti: 0
mozione VENDOLA voti: 56
(unanimità dei partecipanti)
CONGRESSO
RISULTATO:
ISCRITTI/E: 80
VOTANTI: 56
mozione FERRERO voti: 0
mozione VENDOLA voti: 56
(unanimità dei partecipanti)
Orlando (Palagianell
12 giugno 2008 15:37
(MESSAGGIO PER L'OCCHIO TORINESE E PER TUTTI I COMPAGNI DI RIFONDAZIONE)
Caro Compagno,
quì nessuno si vergogna dei Comunisti, anche se io sono un ex militante dei Democratici di Sinistra, e che adesso adesso, dopo la scissione ho scelto si aderire alla Sinistra Democratica.
Io non voterò nel vostro congresso, perchè non sono un militante del vostro Partito, però come uomo di Sinistra seguirò il vostro Congresso con molto interesse.
Non pensi che dopo la cocente sconfitta elettorale (ti ricordo che abbiamo ottenuto un umuliante 3%, e per la prima volta nella storia della Repubblica, quelle forze che si rivedono nella Sinistra sono fuori dal Parlamento!) sia arrivato il momento di chiederci? Cosa vogliamo fare...Invece di chi vogliamo essere...
Il tempo di nasconderci dietro il simobolo della Falce e Martello (per quanto possiamo essere affezionati a quel simbolo) è finito.
Adesso dobbiamo rimodernarci, non dobbiamo arroccarci nel passato, ma dobbiamo rispondere alle esigenze della gente, di chi ci vota.
Bisogna costruire un nuovo soggetto politico, di Sinistra, ma che sia vera-coesa-che possa essere forza di Governo-Alternativa alla Destra ed anche capace, qualora ci siano le condizioni, di allearsi con quelle forze sane e riformiste del Centro.
Io credo che la voglia di Sinistra,che la Sinistra, sia ancora viva nella Società, tra le persone (anche quelle che non hanno votato per noi) e credo che queste persone abbiano il bisogno ed il diritto di essere rappresentate.
Il prossimo congresso del PRC avrà come tema quello del rapporto del partito con le altre formazioni della Sinistra. In campo ci sono due ipotesi: della costituente comunista a quella della SINISTRA.
Nelle sconfitte è necessario rimettersi in cammino e rimboccarsi le maniche. Sia chiaro, però, che serve una sinistra che non imbocchi la strada del minoritarismo e dell’isolamento. Un partito comunista non è un cactus nel deserto, né un museo delle glorie del passato. E’ una forza viva e vitale: allora serve davvero, allora incarna un progetto ispirato alla costruzione di una società di uomini e donne liberi e uguali. Altrimenti, che senso avrebbe?
il Congresso di Rifondazione non può essere una liturgia chiusa, un problema dei militanti e dirigenti di quel partito, e soprattutto non può essere una grottesca resa dei conti tra quelle vecchie appartenenze che risvegliano le loro cellule tenute in sonno. Salvare Rifondazione per ricostruire la sinistra, ecco una discussione da fare all’aperto, con tanti e tante anche fuori da voi. La sinistra, benché battuta e dispersa, è molto più lunga e più larga di quanto non siano le sigle di chi prova a rappresentarla politicamente. Oggi abbiamo bisogno di ascoltare le voci di dentro ma anche le voci di fuori. Se il vostro partito si chiuderà a riccio, saziandosi delle proprie conte interne, predisponendosi al galleggiamento e alla sopravvivenza, allora avremo davvero interiorizzato fino in fondo la sconfitta. Restaurare il passato è un modo di arrendersi al presente e di rinunciare al futuro. La sinistra non credo abbia bisogno di un altro suicidio.
Quindi..invito te caro Compagno e voi cari Compagni ad appoggiare la mozione di NICHI VENDOLA
Dobbiamo tornare a parlare un linguaggio semplice che possa essere compreso da tutti, senza per questo adeguarsi e adagiarsi al senso comune dominante, dobbiamo riconnetterci socialmente, emotivamente e politicamente al mondo del lavoro, tornare a frequentare le fabbriche, i quartieri popolari, porsi in sintonia con i bisogni dei lavoratori e di chi è costretto alla precarietà.
UN ABBRACCIO.
Caro Compagno,
quì nessuno si vergogna dei Comunisti, anche se io sono un ex militante dei Democratici di Sinistra, e che adesso adesso, dopo la scissione ho scelto si aderire alla Sinistra Democratica.
Io non voterò nel vostro congresso, perchè non sono un militante del vostro Partito, però come uomo di Sinistra seguirò il vostro Congresso con molto interesse.
Non pensi che dopo la cocente sconfitta elettorale (ti ricordo che abbiamo ottenuto un umuliante 3%, e per la prima volta nella storia della Repubblica, quelle forze che si rivedono nella Sinistra sono fuori dal Parlamento!) sia arrivato il momento di chiederci? Cosa vogliamo fare...Invece di chi vogliamo essere...
Il tempo di nasconderci dietro il simobolo della Falce e Martello (per quanto possiamo essere affezionati a quel simbolo) è finito.
Adesso dobbiamo rimodernarci, non dobbiamo arroccarci nel passato, ma dobbiamo rispondere alle esigenze della gente, di chi ci vota.
Bisogna costruire un nuovo soggetto politico, di Sinistra, ma che sia vera-coesa-che possa essere forza di Governo-Alternativa alla Destra ed anche capace, qualora ci siano le condizioni, di allearsi con quelle forze sane e riformiste del Centro.
Io credo che la voglia di Sinistra,che la Sinistra, sia ancora viva nella Società, tra le persone (anche quelle che non hanno votato per noi) e credo che queste persone abbiano il bisogno ed il diritto di essere rappresentate.
Il prossimo congresso del PRC avrà come tema quello del rapporto del partito con le altre formazioni della Sinistra. In campo ci sono due ipotesi: della costituente comunista a quella della SINISTRA.
Nelle sconfitte è necessario rimettersi in cammino e rimboccarsi le maniche. Sia chiaro, però, che serve una sinistra che non imbocchi la strada del minoritarismo e dell’isolamento. Un partito comunista non è un cactus nel deserto, né un museo delle glorie del passato. E’ una forza viva e vitale: allora serve davvero, allora incarna un progetto ispirato alla costruzione di una società di uomini e donne liberi e uguali. Altrimenti, che senso avrebbe?
il Congresso di Rifondazione non può essere una liturgia chiusa, un problema dei militanti e dirigenti di quel partito, e soprattutto non può essere una grottesca resa dei conti tra quelle vecchie appartenenze che risvegliano le loro cellule tenute in sonno. Salvare Rifondazione per ricostruire la sinistra, ecco una discussione da fare all’aperto, con tanti e tante anche fuori da voi. La sinistra, benché battuta e dispersa, è molto più lunga e più larga di quanto non siano le sigle di chi prova a rappresentarla politicamente. Oggi abbiamo bisogno di ascoltare le voci di dentro ma anche le voci di fuori. Se il vostro partito si chiuderà a riccio, saziandosi delle proprie conte interne, predisponendosi al galleggiamento e alla sopravvivenza, allora avremo davvero interiorizzato fino in fondo la sconfitta. Restaurare il passato è un modo di arrendersi al presente e di rinunciare al futuro. La sinistra non credo abbia bisogno di un altro suicidio.
Quindi..invito te caro Compagno e voi cari Compagni ad appoggiare la mozione di NICHI VENDOLA
Dobbiamo tornare a parlare un linguaggio semplice che possa essere compreso da tutti, senza per questo adeguarsi e adagiarsi al senso comune dominante, dobbiamo riconnetterci socialmente, emotivamente e politicamente al mondo del lavoro, tornare a frequentare le fabbriche, i quartieri popolari, porsi in sintonia con i bisogni dei lavoratori e di chi è costretto alla precarietà.
UN ABBRACCIO.
L'Occhio Torinese
11 giugno 2008 20:41
Ma io mi chiedo...è così difficile poter pensare di essere ancora COMUNISTI?
Anche se oggi Contessa ha cambiato sistema, si muove tra conti cifrati, ha lobby potenti e amici importanti e la sua arma più forte è comprarvi...Alzate ancora il pugno miei dolci rivoluzionari...perchè io NON RINNEGO LA MIA VECCHIA STRADA!!!
(Liberamente tratto da Mia dolce Rivoluzionaria - MODENA CITY RAMBLERS)
Anche se oggi Contessa ha cambiato sistema, si muove tra conti cifrati, ha lobby potenti e amici importanti e la sua arma più forte è comprarvi...Alzate ancora il pugno miei dolci rivoluzionari...perchè io NON RINNEGO LA MIA VECCHIA STRADA!!!
(Liberamente tratto da Mia dolce Rivoluzionaria - MODENA CITY RAMBLERS)
Orando (Palagianello
11 giugno 2008 15:41
Ragazzi non vi isolate.
Bisogna rinnovare ed unire la Sinistra!
Ferrero sta cercando di isolare Rifondazione. Nello stesso modo in cui si è isolato Diliberto. A loro basta il loro 0,5% così possono continuare ad essere "qualcuno..." così come fanno a Taranto Voccoli e Colaninno...
la Nuova Sinistra non deve essere la "Nuova costituente dei vecchi Comunisti" sarebbe un progetto sbagliato e retroo...
Ricordati chi sei.....Ma guarda al Futuro...............
Bisogna costruire una Nuova Sinstra..progressista, moderna, coesa e di governo.
Mi auguro che appoggiate la mozione VENDOLA, altrimenti ci aspetteranno tempi difficili..
RAGAZZI UNIAMO LA SINISTRA!
UNIAMOLA ORA!
Bisogna rinnovare ed unire la Sinistra!
Ferrero sta cercando di isolare Rifondazione. Nello stesso modo in cui si è isolato Diliberto. A loro basta il loro 0,5% così possono continuare ad essere "qualcuno..." così come fanno a Taranto Voccoli e Colaninno...
la Nuova Sinistra non deve essere la "Nuova costituente dei vecchi Comunisti" sarebbe un progetto sbagliato e retroo...
Ricordati chi sei.....Ma guarda al Futuro...............
Bisogna costruire una Nuova Sinstra..progressista, moderna, coesa e di governo.
Mi auguro che appoggiate la mozione VENDOLA, altrimenti ci aspetteranno tempi difficili..
RAGAZZI UNIAMO LA SINISTRA!
UNIAMOLA ORA!
MOZIONE VENDOLA (moz
05 giugno 2008 17:34
Manifesto per la rifondazione
Il nostro Partito e le sfide della sinistra
INDICE GENERALE
PREMESSA
I – DOPO IL 13-14 APRILE
1a – L’Italia e l’Europa a destra
2b – La debacle della SA
3c – Le ragioni vicine e lontane della sconfitta
4d – Il vuoto a sinistra
II – PRC, CHE FARE?
2a – Rifondazione Comunista, un’ambizione da salvare
2b – Dal congresso di Venezia al Settimo Congresso
2c – Quale Partito?
III – LINEAMENTI DI PROSPETTIVA
3a – Le culture politiche della trasformazione
3b – Esiste una questione settentrionale?
3c – I nuovi termini della questione meridionale
3d – La questione sarda
IV – PER UN PROCESSO COSTITUENTE DELLA SINISTRA, LE RAGIONI E LA PRATICABILITA’ DI UNA PROPOSTA DI FUTURO
4a – L’avvio del processo costituente
4b – La sinistra diffusa
PREMESSA
Il capitalismo della nostra epoca, quello della globalizzazione, è una forma senza precedenti di spoliazione a partire dal lavoro dell’essere umano, della natura, delle conoscenze. E’ il capitalismo della colonizzazione dei corpi e dello spirito, un capitalismo totalizzante che incorpora e accompagna anche, antiche forme di dominio, a partire dall’organizzazione patriarcale della società. La “guerra preventiva e permanente” si propone come un nuovo ordine mondiale, alimentando la spirale drammatica del terrore e dei fondamentalismi. La stessa mutazione climatica, nel suo intreccio fondativo con un modello di crescita che dissipa risorse e accumula veleni, incombe come una ipoteca distruttiva sulla biosfera e sul destino del genere umano. Le classi sociali, la persona e la natura e con esse la democrazia, dentro questa prospettiva, sono ridotte a delle semplici variabili dipendenti. Le conseguenze sociali, come quelle sui diritti, sono allarmanti. Il precariato fagocita le conquiste sociali acquisite in mezzo secolo dal mondo del lavoro. La prospettiva di vita di tutta una generazione è bloccata. Le ineguaglianze si accrescono, diventano strutturali, fino a trasformarsi in motore della nostra società contemporanea. Davanti a questo quadro, una alternativa di società è necessaria e possibile.
Ma la sinistra in Europa si trova oggi di fronte alla sfida forse più difficile della sua storia: quella dell’esistenza politica. Non è solo, com’è successo tante altre volte, il rischio della sconfitta: quel che si affaccia all’orizzonte è il rischio di un vero e proprio declino. E questa volta l’urgenza della risposta è davvero grande perché grande è la minaccia. Se essa si avverasse, l’esito sarebbe drammatico: l’eredità intera del movimento operaio del ‘900 ne sarebbe dilapidata.
In Italia, il risultato delle elezioni del 13 e 14 aprile 2008 ci restituisce il profilo d’un Paese che non conoscevamo: per la prima volta nel dopoguerra, la sinistra politica è stata cancellata dalle istituzioni nazionali. Il nostro Partito, il Partito della Rifondazione comunista, ha subito una dura sconfitta, proprio nel momento di massimo investimento in un nuovo processo unitario. Tale è stato il significato del fallimento della formula elettorale della Sinistra Arcobaleno. Questa non è riuscita a contrastare la riduzione del sistema politico ad uno schema tendenzialmente bipartitico e la conseguente tensione presidenzialista della campagna elettorale. Non ha conseguito alcun successo nel sottrarre consensi all’attrazione del “voto utile”. Ha quindi fallito nella competizione con il Partito democratico di fronte al ritorno di Berlusconi e delle destre. In sostanza non è stata in grado di costituire realmente una proposta di ricollocazione e di rilancio di una prospettiva per la sinistra politica italiana, dopo la caduta dell’esecutivo Prodi e la fine della logorante e sofferta partecipazione al governo.
Un esito che nessuno aveva previsto o immaginato: per la prima volta nella storia della Repubblica non vi è in Parlamento alcuna sinistra politica, alcuna formazione e neppure un eletto che vi si richiami esplicitamente.
La nostra riflessione non può che muovere da questo evento traumatico e dal contesto, non solo italiano, che l’ha prodotto. Ma per capire che cosa è davvero successo nel profondo della società italiana, e che cosa possiamo e dobbiamo fare, è essenziale dismettere ogni residua iattanza ideologica, ogni pretesa di autosufficienza, ogni scorciatoia analitica e politica. Questo è il tempo della ricerca collettiva, senza steccati e barriere precostituite. Del dubbio. Della necessità, da parte di tutto il gruppo dirigente del nostro Partito, di “rendere conto” di ciò che ha fatto, e di ciò che non ha fatto, fino in fondo. Ciò che conta è stabilire insieme il punto di partenza e la direzione di marcia di questa ricerca.
Questo nostro congresso, perciò, ha carattere straordinario, ma nient’affatto contingente. Una comunità ferita si raccoglie, si confronta e non cerca consolazioni, ma risposte chiare e non circoscritte alla “tattica della fase”: la chiarezza delle risposte che solo la politica può dare. Un partito che vuole continuare a vivere, deve riscoprire la virtù basica del coraggio politico. Esso quindi vuole e deve coinvolgere tutte le iscritte, iscritti, militanti, ai quali è riconsegnato il diritto\dovere alla parola e alle scelte, ma è anche a disposizione di tutta la sinistra, e di tutti coloro che condividono il nostro assillo principale: la sua ricostruzione. La sua rinascita, attraverso un processo costituente di natura radicalmente nuova, che coinvolga il popolo della sinistra e lo renda protagonista dei suoi destini.
Questo processo è il tema vero che anima la riflessione della Sinistra europea. La nostra decisione di agire per la costruzione della Sinistra europea è una scelta di fondo. L’Europa è il luogo di articolazione delle politiche liberiste, ma anche quello della possibilità di definire un’alternativa. Perciò noi agiamo sistematicamente per la dimensione europea dei conflitti, per una relazione costante con i movimenti che si sviluppano nel continente, per una presenza efficace ai livelli istituzionali europei. Abbiamo contrastato il progetto costituzionale europeo di tipo liberista in nome di un processo costituente democratico che parta dal basso. La nostra appartenenza al Partito della Sinistra europea vede oggi un impegno particolare per definire piattaforme ed organizzare mobilitazioni, in special modo sulle questioni del lavoro che, insieme a tutti i temi legati alla tutela e all’allargamento dei diritti, saranno oggetto del programma elettorale per le prossime elezioni europee.
Questo è il senso del nostro nuovo congresso e del documento che qui presentiamo alla discussione e ai contributi emendativi di tutte le compagne e i compagni.
Parte I. SPUNTI PER UN’ANALISI
1a. L’Italia (e l’Europa) a destra
Il dato politico più rilevante, che il voto di aprile ha per un verso disvelato e per l’altro ha determinato, è quello di una svolta a destra di dimensioni inusitate, evidente nella politica, nelle istituzioni, negli assetti del potere, nelle relazioni sociali, ma soprattutto percepibile nel “senso comune” e nell’egemonia dei valori. La destra vince, anzi sfiora il trionfo, non solo per la debolezza della prospettiva del Partito Democratico e per la fragilità della sinistra, ma anche in virtù della propria capacità di intercettare la crisi sociale e di offrirle uno sbocco che è stato ritenuto credibile: un impasto di ideologie regressive, rassicuranti e anche illusorie, che però rinviano a un’idea forte di società.
In assenza di risposte progettuali e di massa adeguate ed efficaci, quello che può determinarsi è un ciclo di lunga durata, in un quadro europeo di prevalente spostamento a destra dell’asse politico, come ribadito in ultimo dalla riscossa dei Conservatori in Gran Bretagna e a Londra. Nel contempo evapora il profilo generale delle sinistre “moderate”, riformiste e post-riformiste, sintetizzato in Europa dalla deriva delle forze del Pse verso formule nazionali diversificate con la sola dominante di un ostinato investimento sulla ricerca delle compatibilità “di mercato” e di un “liberismo temperato” sempre più in difficoltà. Ne é esempio eloquente il debutto del nuovo Partito Democratico di Veltroni con un clamoroso insuccesso. Si distingue in questo quadro l’esperienza di Zapatero in Spagna, non solo per i diversi e positivi esiti elettorali anche recentemente registrati, ma soprattutto per i tratti di originalità dell’elaborazione politica che sostiene e anima quella esperienza, che meriterebbe di essere indagata in modo non banale. D’altro canto, il campo delle sinistre alternative resta tuttora appeso al rischio di scomparsa dal terreno politico: lo scacco della Sinistra Arcobaleno lo attesta solo per ultimo, dopo quelli di Izquierda Unida in Spagna e del Pcf in Francia. La scommessa della Sinistra Europea è tuttora aperta, spalancata su questo rischio come un’altra possibilità ancora da costruire e praticare, la sola che può proiettare oltre i confini dei casi singolari i successi in controtendenza dell’Akel a Cipro, del Synaspismos in Grecia e soprattutto della Linke in Germania - tutti accomunati dalla ricerca, differentemente sperimentata, di un’innovazione generosa delle proposte politiche e delle forme organizzative.
In Italia, però, lo spostamento dell’asse politico assume caratteristiche ancora più rilevanti e clamorose, dopo la fragilissima parentesi del governo Prodi, fino al vero e proprio rovesciamento di quello che fu chiamato il “caso italiano”, ovvero la permanenza di un solido e articolato movimento di massa e di una significativa presenza della sinistra nelle istituzioni.
Nella destra che vince, dove l’exploit della componente leghista rappresenta il vero “valore aggiunto” e la conquista di Roma il risultato a più elevato valore simbolico, l’antica miscela di neoliberismo e di populismo, quella che ha consentito le vittorie (instabili) degli anni ’90, non è stata accantonata, ma sostanzialmente aggiornata. Sull’onda dell’esempio francese e del successo di Nicholas Sarkozy, ora il messaggio politico generale verte su una parola-chiave: la sicurezza. Ovvero, la promessa di Sicurezza: dallo straniero, dall’”invasione” dei migranti, dal moltiplicarsi della microcriminalità, dal degrado dei territori e delle periferie, dall’angoscia della vita di tutti i giorni, dall’assoluta imponderabilità del futuro. Sicurezza, cioè, come riparo dagli effetti concreti e quotidianamente esperibili della globalizzazione e del suo liquido disordine, e come ritorno ad una mitica comunità neo-nazionale o neo-territoriale, che sarà giocoforza rinserrata in se stessa, interclassista, neocorporativa e individualizzata (nel senso dell’egoismo primitivo in luogo di quello “maturo”). Sicurezza, ancora, come richiamo forte nel momento in cui le promesse della globalizzazione si sono ormai rivelate illusorie, sotto i colpi delle crisi sempre più frequenti che sconvolgono l’economia mondiale, della crescita galoppante delle differenze non solo tra paesi ricchi e paesi poveri, ma soprattutto all’interno degli stessi paesi più sviluppati ed in quelli con la maggiore e rapida crescita (come Cina e India), dell’impietoso manifestarsi dei disastri ambientali provocati da uno sviluppo vocato al puro sfruttamento dell’ambiente e delle risorse naturali, che rompe gli equilibri fondamentali del pianeta, come ci rivela la crisi climatica. Così le dottrine neoliberiste vengono messe in causa dai loro stessi proponenti e si riaffacciano ipotesi protezionistiche ( quali quelle avanzate recentemente da Tremonti) e di intervento pubblico diretto in economia (soprattutto in campo finanziario, ma non solo, viste le sortite di Berlusconi a proposito dell’Alitalia).
Questo accento così spostato sul versante popolar-populista non impedirà certo al nuovo governo Berlusconi un rapporto “fattivo” con i poteri forti e, segnatamente, con Confindustria. Quest’ultima, del resto, sotto la nuova direzione di Emma Marcegaglia, si va organizzando come un potere politico forte apertamente strutturato come tale e come centro pensante per la politica economica del paese. In sostanza il nuovo gruppo dirigente confindustriale sembra presentarsi come una specie di governo ombra, rispetto a qualunque governo, ivi compreso quello attuale. Se il nemico comune è l’autonomo potere contrattuale del sindacato - come dimostra anche la recentissima ipotesi di riforma della contrattazione che vede la prevalenza del modello Cisl -, in direzione di quanto ancora una volta Sarkozy ha già parzialmente realizzato su questo terreno in Francia, la prospettiva condivisa è la deregolamentazione “definitiva” del mercato del lavoro: la fine, o il drastico ridimensionamento, del contratto nazionale di lavoro, la restaurazione delle gabbie salariali, l’espansione del modello lavorativo e sociale fondato sulla precarietà (e la flessibilità) della forza-lavoro. Un’offensiva che muove da un’azione sovranazionale dei poteri del capitale e che segna la vicenda cruciale dell’Europa, il cui modello sociale vive da tempo una mutazione che prevede una riorganizzazione subalterna delle relazioni sociali già evocata dagli accordi dei governi sulla Carta europea. In questo contesto di crisi e riposizionamento della governance politica dello spazio europeo, liberismo e populismo tornano a convergere nel progetto ormai più che marciante di disgregazione della compagine organizzata del lavoro, dentro la quale la solitudine operaia, l’esaurisi di un tessuto nutrito di storia, di relazioni, di solidarietà, consegnano il singolo lavoratore alla forza bruta dell’impresa e lo espongono, nella sua astratta veste di “cittadino”, alle sollecitazioni di un senso comune disgregato. Un duplice e violento sradicamento, che ha spezzato da tempo ogni connessione tra condizione sociale e scelte politiche – e anche tra protesta sociale e orientamento di voto. Le destre italiane hanno saputo approfittare anche di questo processo, rafforzato nel corso dell’ultimo anno e mezzo dalla campagna dell’ “antipolitica” e accompagnato dalla complementare incapacità di ogni soggettività di sinistra a ristabilire una connessione efficace con la nuova “composizione di classe”, a saperne esprimere le effettive forme di vita e a condividere con essa un progetto alternativo credibile. E sono riuscite ad irrobustire il loro bacino di consenso ed articolarlo nelle diverse zone del Paese, in una accorta distribuzione geografica di ruoli e competenze tra Fi, An, Lega Nord e MPA.
Ma perché il disagio e il malessere sociale prendono la strada prevalente del consenso alla destra? Certo anche perché questa è una tendenza presente in tutto l’Occidente, come già si è visto nelle banlieues parigine conquistate da Le Pen o nel voto pro-Bush di una parte massiccia degli operai (bianchi) poveri. Perché nelle metropoli e in molte città del Nord e del Sud (e in prospettiva anche del Centro) sono i quartieri poveri e le periferie a premiare la destra, in un rovesciamento quasi plastico degli equilibri elettorali tradizionali? Certo anche perché le sinistre democratiche o moderate dell’Occidente hanno da tempo concentrato la loro attenzione (e il loro messaggio neoliberale) sulle classi medie, o addirittura medio-alte. E perché e come - a Roma ma forse non solo a Roma – si è consumato nel volgere di pochissimi lustri un patrimonio come l’antifascismo? Certo anche perché anni e anni di battente campagna neorevisionista, sulla storia d’Europa e sull’equivalenza sostanziale tra fascismo e antifascismo, hanno scavato a fondo nell’immaginario e nel sentire comune.
Ma rispondere davvero a questi, ed altri consimili, interrogativi, per ricostruire una capacità d’intervento e risposte non episodiche, chiede una capacità di lettura della società italiana della quale oggi ancora non disponiamo. Una capacità d’inchiesta all’interno dei soggetti sociali, dei “territori”, degli interstizi e dei gangli sociali più profondi, che si costituisce via via come nuova progettualità politica – senza la quale il compito necessario di praticare una “reimmersione nel sociale” sarebbe a rischio di ridursi a puro esercizio sociologico, se non a mera retorica. Le destre vincono, e possentemente, non solo in forza del radicamento leghista nelle regioni del nord del paese o di quello della Destra sociale a Roma, ma per la forza politica della narrazione che in questi anni ha saputo imprimere “allo stato delle cose” d’Italia e del mondo. Quello che dà senso all’esser-ci, e tendenzialmente lo muta, prima che in potere, in egemonia.
1b. La dèbacle politica della “Sinistra l’Arcobaleno”
Gli oltre due milioni e mezzo di voti perduti, l’omogeneità geografica (in basso) dei risultati, il mancato raggiungimento del quorum necessario per accedere alla rappresentanza parlamentare ci parlano di una sconfitta di portata storica. Nessun sondaggio l’aveva contemplata, nessuna previsione, anche tra le molte pessimiste, l’aveva assunta, alla vigilia, come un esito plausibile. Una cecità che, a sua volta, è parte integrante del problema politico d’insieme che oggi dobbiamo affrontare.
I limiti politici della coalizione ci erano chiari fin dall’inizio. Ma la precipitazione dei tempi, dopo il fallimento del tentativo di cambiare la legge elettorale attraverso un governo a termine, ha reso pressoché impossibile ogni vera correzione di questi limiti. Ne è uscito un cartello “pattizio”, separato dalla sua stessa base militante e d’opinione, ed anzi ad essa sovrapposto, quindi percepito come sommatoria di ceti politici tesi alla salvaguardia di se stessi. Un’esperienza di tipo federativo che non solo è rimasta imprigionata all’interno dei partiti e non è riuscita a coinvolgere parti significative della “sinistra diffusa”, ma non ha neppure avviato, nel corso della campagna elettorale, alcun lavoro comune tra le forze promotrici. Una proposta politica, perciò, che è apparsa generica e improvvisata, e comunque non credibile – essa è apparsa anzi un vero e proprio “residuo”.
La speranza che, a dispetto di questi deficit, scattasse ancora, tra la nostra gente, il senso d’appartenenza o la volontà di un “estremo investimento”, in nome del “bisogno politico di sinistra”, si è rivelata un’illusione . Non avevamo capito che quell’estremo investimento, in realtà, c’era già stato due anni fa, nelle elezioni del 2006, e che adesso, alla prova d’appello, ci presentavamo “nudi”, avendo quasi interamente consumato il patrimonio di consensi ricevuto in dote. Né avevamo compreso fino in fondo che, di fronte alla devastazione sociale e culturale indotta da anni di politiche neoliberiste, di crisi della rappresentanza e di crisi verticale di fiducia nella politica, non si trattava “semplicemente” di rimettere insieme dei consensi, ma di riuscire a dare un nuovo senso alla stessa nozione di sinistra. Essa, oggi, come tale appare una scatola vuota e non parla più alla società: ai movimenti, ai soggetti sociali, ai giovani, agli operai.
1c. Le ragioni, vicine e lontane, della sconfitta
Perché? Per almeno tre ragioni evidenti: Il fallimento della sfida lanciata con la partecipazione al governo Prodi; la frattura consumata con le classi subalterne, i poveri, gli ultimi – ma anche con i movimenti e\o loro componenti rilevanti; il mutamento profondo del senso comune e dei suoi valori di riferimento.
L’esperienza di governo ha pesato negativamente, molto al di là di quanto potessimo immaginare, non per la scarsità, quantitativa e qualitativa, dei suoi singoli risultati, ma proprio per il suo limite generale: l’aver radicalmente disatteso l’impegno ad avviare una nuova stagione per l’Italia, imperniata su politiche redistributive, sul miglioramento delle condizioni materiali di vita e di lavoro, sull’allargamento dei diritti civili e della persona. Questa era, al fondo, la “ragione sociale” del patto sottoscritto tra sinistra e “riformisti”: un compromesso, certo, ma dinamico e provvisto di un qualche elemento effettivamente riformatore. In realtà – anche per gli effetti parlamentari di una vittoria elettorale, che tale non era nella realtà ma solo per quei particolari meccanismi elettorali nella quale si era prodotta, e che non abbiamo saputo valutare per tempo in tutti i suoi limiti – questa ipotesi non ha quasi mai avuto corso. Se Prodi è apparso timoroso e a volte succube dei poteri forti (che per altro non gli hanno mai concesso per intero la loro fiducia), la sinistra è parsa prigioniera di Prodi. Inefficace e impotente, al di là della sua volontà, non combattiva e inconcludente, e quindi superflua. Perciò la delusione, la disillusione e il disincanto si sono espressi in una disaffezione di massa che ha disperso il nostro elettorato un po’ in tutte le direzioni - prevalentemente verso scelte più moderate (Pd, prima di tutto, ma anche l’Idv e la destra), ma anche nell’astensione e nel voto puramente testimoniale. Il successo della campagna sul “voto utile”, cioè, non si fonda soltanto sulla forza martellante dello schema bipartitico e sulla paura del ritorno di Berlusconi, nasce anche dal diffondersi di una persuasione di massa sulla “non utilità” della sinistra politica.
Un altro processo non ci era davvero chiaro: fino a che punto il tumulto economico-sociale di questi anni, con gli effetti della globalizzazione che si sono dispiegati fin sull’uscio di casa, stia bruciando le identità storiche, che vengono così percepite come concrezioni ideologiche mummificate, astratte, ridondanti. Così, la dura materialità della vita quotidiana, i suoi pesi, le sue fatiche, si sono letteralmente schiantate addosso a noi: la “Casta” della sinistra. Così è sulla sinistra che quasi giocoforza si scarica la collera – la voglia di punizione – della solitudine operaia, dei diseredati, degli ultimi, e anche dei giovani che, in questi anni, hanno vissuto più o meno direttamente le istanze di trasformazione dei movimenti. La sinistra, i suoi gruppi dirigenti, i suoi quadri “non sono” il popolo che intendono rappresentare, non ne fanno antropologicamente e culturalmente parte (salvo eccezioni anche rilevanti e qualche volta vincenti). Stanno “altrove”. Un problema, questo, che non è riducibile alla pur importante dimensione del radicamento sociale. E che ci domanda una discontinuità radicale.
Infine, ma non ultimo, va considerata appieno la difficoltà di una battaglia culturale che si scontra con lo slittamento progressivo del senso comune e dei valori dominanti. Non ci sono, cioè, soltanto i dis-valori che l’egemonia di destra ha disseminato nel ventre profondo della società (il primato assoluto dell’economico e della logica di mercato, la società come giungla, competizione e “selezione naturale” dei più forti, il carattere “naturale” delle disuguaglianze ). C’è l’infinito moltiplicarsi dei miti delle avventure individuali (di cui già parlava Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del Carcere) nel cuore dei processi di frammentazione, isolamento, spaesamento. C’è il dissolversi delle compattezze acquisite da duecento anni di modernità – l’ennesima crisi dei paradigmi illuministici, della fede incondizionata nella ragione. C’è l’individuo “singolarizzato” che appare impermeabile, per definizione e collocazione materiale, ad ogni narrazione collettiva. C’è il nuovo rapporto tra la produzione di merci, la pubblicità, i mass media e la costruzione attiva della idea di vita possibile e/o auspicabile. C’è il rapporto tra la produzione di senso della vita e il consenso politico e sociale al modello del capitalismo contemporaneo. Anche questi temi sono stati da tutti noi ampiamente sottovalutati.
1d. Il vuoto a sinistra
L’altra faccia del risultato elettorale, che più da vicino ci tocca e ci compete, è la duplice sconfitta che l’ha caratterizzato: quella del Partito Democratico, e quella della Sinistra. Per quanto lontane e anzi incomparabili siano le proporzioni numeriche tra il Pd e SA, per quanto gli analisti e il gruppo dirigente veltroniano tendano a sottacere il ridimensionamento delle loro aspettative (ed anzi continuino a discettare di un “successo” del Pd), queste sconfitte parallele ci parlano oggi di un vuoto politico che interroga drammaticamente la qualità della democrazia italiana. La scomparsa totale dal Parlamento italiano di eletti che si richiamino a una delle famiglie politiche della sinistra del ‘900 - socialismo, comunismo, socialdemocrazia, sinistra alternativa, culture critiche - non è soltanto un “nostro problema”, non è riducibile a un effetto meccanico della legge elettorale in vigore: paradossalmente, e spesso a dispetto delle affermazioni di autosufficienza, essa indebolisce anche il campo riformista o postsocialdemocratico, e ne depotenzia l’iniziativa. Da questo punto di vista, l’Italia è parte di un quadro europeo nel quale l’intero campo delle sinistre è entrato in sofferenza (con la diversità già richiamata della Spagna), come emerge anche dalla più incipienti difficoltà del Partito Socialista Europeo.
In realtà, da noi lo schema di semplificazione bipartitica, e di “modernizzazione americana”, sul quale si è incentrata la campagna elettorale, si è rivelato una trappola, ovvero una sorta di illusione prospettica per i suoi stessi promotori. Il Partito Democratico ha sì prodotto lo svuotamento elettorale della sinistra alternativa nel nome del “voto utile” e di una rassegnazione di massa a una competizione che è stata percepita come un referendum tra i due leader di due partiti, ma ha perduto seccamente la sfida fondamentale: quella del governo nazionale. La sconfitta di Roma si è aggiunta a ciò e ne ha reso plasticamente evidente la portata. Il risultato politico d’insieme è, per un verso, il restringimento quantitativo e qualitativo del campo dell’opposizione politica; per l’altro verso, il mancato “sfondamento al centro”, data anche l’autonoma resistenza delle forze centriste (Udc e Idv). Dunque, ne è risultato uno spostamento ulteriore a destra dell’asse politico-parlamentare. Ma, anche, una prospettiva che si è rivelata di corto respiro, come la “vocazione maggioritaria” proclamata di una forza – il Partito Democratico – che è nata ed è stata costruita come una macchina funzionale ad un unico viaggio\approdo: il Governo. Consumata questa chance, anche nella sua eventuale versione bipartisan (almeno per ora, vista l’entità della vittoria berlusconiana), il Pd stenta a definire un ruolo e una fisionomia definite. Tutte le scelte della “stagione nascente”, praticate a partire dalle primarie dell’ottobre 2007, si rivelano inadeguate ad una fase di opposizione, per quanto soft e “responsabile” essa sia. Come il modello “liquido” di partito, a vocazione presidenzialista e iper-comunicativa. O come l’espulsione (anzi, l’espunzione) dalla politica del conflitto sociale, nel nome della fine delle contraddizioni di classe, ed anzi della scomparsa stessa della nozione di classe. O come, ancora, l’orgogliosa pretesa di autosufficienza, che renderebbe superfluo ogni problema di alleanza. O come, infine, i trionfi passati del “modello Roma”.
Per tutte queste ragioni, le difficoltà del “veltronismo” (che è ben altro e va oltre la leadership di Walter Veltroni) sono destinate a maturare, e forse a riaprire all’interno del Partito Democratico nuove contraddizioni, nuovi confronti e una nuova dialettica politica. I primi segnali, per altro si sono manifestati fin dall’inizio della legislatura. Fuori da ogni tentazione “entrista” o subalterna, questa possibile nuova dialettica non potrà non interessarci da vicino, poiché non solo potrebbe riaprire varchi in un quadro politico apparentemente chiuso, ma potrebbe anche favorire la rimessa in causa dell’impianto del “riformismo” neocentrista a vocazione maggioritaria.
Parte II – PRC, CHE FARE?
2a. Rifondazione comunista, un’ambizione da salvare
Noi, tutti noi, siamo chiamati, in questo congresso, al compito più arduo della nostra storia: salvare Rifondazione comunista. Abbiamo certamente già vissuto molti momenti duri e drammatici. Ma questa volta è diverso. Qualcosa di profondo si è rotto, nella connessione politica e sentimentale con il nostro popolo. Qualcosa che ha radici vicine ma forse anche e soprattutto lontane. Quanto è accaduto dipende certamente da noi, ma è anche maturato in virtù dei processi economici, sociali, culturali in atto in Italia, in Europa e nel mondo globalizzato. Non sarà sufficiente, perciò, alcuna “manutenzione” , anche la più accurata e impegnata, delle nostre strutture organizzative, per cominciare a superare la crisi in cui ci troviamo. E’ decisiva, invece, un’analisi spietata degli errori e delle responsabilità che abbiamo accumulato: non il solito esercizio rituale dell’autocritica, ma la riflessione sulla nostra incapacità di praticare un modello di partito e di vita interna che si approssimasse a ciò che pure proclamavamo come necessario – una riforma radicale della politica, una critica nonviolenta del potere, una modalità delle relazioni non gerarchica e davvero sottratta alla “giungla competitiva”, agli individualismi, alla semplificazione leaderistica, all’incoerenza sistematica tra il dire e il fare.
C’è stato, in questi anni, un deficit reale di democrazia interna: non possiamo non prenderne atto e non ragionare, insieme, sulle terapie che andranno messe in atto. Anche e soprattutto per questo, sarà essenziale, piuttosto, un confronto serio, approfondito, fraterno. L’unità solidale del Prc, oltre la differenza di opinioni, posizioni, subappartenenze. Ed ecco il lavoro unitario, il primo e più significativo impegno collettivo in cui cimentarci: utilizzare tutte le nostre risorse non nell’esercizio di circoscrivere le responsabilità, tanto meno nell’attribuzione di “colpe”, ma per capire collettivamente che cosa è davvero successo e come collettività costruire le risposte necessarie. Mai come in questa circostanza sono da bandire, nelle nostre file, processi sommari, semplificazioni, ideologismi, coazioni a ripetere. Mai come in questo congresso ci sono dannose le posizioni predeterminate, cristallizzate nel correntismo che purtroppo tormenta da sempre la vita del Prc, ne mina l’unità, lo spirito collegiale, l’efficacia nell’azione, impone una selezione spesso distorta dei gruppi dirigenti, anche nei territori, impedisce ogni verifica concreta del lavoro svolto.
Noi, tutte e tutti noi, vogliamo rilanciare Rifondazione comunista e salvarla dai due principali pericoli che incombono.
Il primo, è la tendenza alla dispersione. Allo scoramento. Alla persuasione del carattere “definitivo” e irreparabile della sconfitta. Alla tentazione del “ritorno a casa”. Allo scetticismo. Alla pulsione di sperimentare altrove, in luoghi più grandi e più solidi, la volontà che resta di fare politica. Non si tratta, nient’affatto, di un pericolo minore: se non abbiamo uno scatto, se non riusciamo a fare un congresso vero, appassionato, e politicamente trasparente, se non siamo in grado di offrire una prospettiva alla nostra gente, anche e soprattutto a coloro che hanno cessato di votarci, la slavina diventerà valanga. Questo, dunque – lo ripetiamo – non può che essere il congresso del coraggio politico.
L’altro pericolo è quello dell’arretramento minoritario. Rifondazione come rifugio dalle tempeste che scuotono il mondo. O come identità mutilata di quella che è stata sin qui la sua più preziosa e peculiare caratteristica, conquistata nel percorso storico del Partito e non certo predestinata: la responsabilità di innovare l’agire politico per la trasformazione, aggiornarlo, metterne in discussione i codici originari per riguadagnare un orizzonte di cambiamento radicale e l’ambizione del “movimento reale” nella relazione con i soggetti concreti dei conflitti e delle lotte e nello slancio a “pesare” sulla politica, sulla vicenda della democrazia, sulla decisione pubblica. Non si può ricavare alcuna identità della Rifondazione comunista, espungendone questi tratti e presumendone una da custodire nell’attesa, forse, di tempi migliori. Ancor più nociva e stravolgente della nostra storia, sarebbe una narrazione dei compiti e del futuro del Prc come di un piccolo “nucleo d’acciaio” che resiste ai flutti ma rinvia all’infinito le fatiche maggiori del fare politica. Convivendo con simili approcci non avrebbe alcun senso né si realizzerebbe nella realtà alcun ritorno “nel sociale”, in fabbriche, territori e quartieri, capace di produrre spazio pubblico e riprogettazione di alternativa.
No: la Rifondazione Comunista non si salva nel deserto. Non può salvarsi se non mette in campo, subito e risolutamente, un progetto di ricostruzione di una soggettività politica generale del conflitto sociale, dunque di ricostruzione di uno spazio e di un campo definiti della sinistra per l’alternativa. Non può vivere se punta prioritariamente a sopravvivere, a tornare alle origini, ad accantonare il patrimonio di innovazione di questi anni. O meglio: può “vivere”, sì, nello spazio che consentirà pressoché a chiunque una società in via di galoppante americanizzazione delle forme politiche, nel senso precisamente della loro separazione dal conflitto sociale e della sterilizzazione di ogni progetto di cambiamento generale. Lo spazio di una nicchia ininfluente, o di un piccolo gruppo. O anche lo spazio riservato all’isolamento della protesta e del radicalismo sociali che, pur necessari, hanno oggi davanti a sé il problema di riuscire ad affermare la propria soggettività e di unificare una capacità di produrre progettualità politica, egemonia culturale, prospettiva di trasformazione. Così è negli Stati Uniti, dove si conducono lotte anche durissime e molto avanzate ma nella rigida separazione, imposta da un solido sistema di potere e di neutralizzazione degli istituti democratici, da ogni possibilità di rappresentanza e di impatto generale sulle politiche pubbliche. Le protagoniste e i protagonisti di quelle lotte quando si recano alle urne non hanno per chi votare. Persino in Francia si è prodotta una separazione incolmabile tra società e politica che, malgrado la bocciatura del Trattato costituzionale europeo prodottasi su una scia di lotte condotte “nel nome di un’altra Europa, di popolo e di sinistra”, ha portato al successo di Sarkozy e delle destre. Non è andata poi tanto diversamente in Italia. La Francia ci aveva avvertito.
E’ dai movimenti, nella loro globalità, senza esclusioni e contrapposizioni, dalle pratiche sociali e dalle lotte, pur in un sistema fortemente segnato dalle culture dominanti, che può nascere una possibilità di vittoria. Ma non senza che con loro e tra loro si riapra una processo politico in grado di assecondare, potenziare e diffondere l’ondata e svilupparne una proposta adeguata d’alternativa. Senza di questo, non solo non si vince ma il movimento stesso è destinato a rifluire. Le sirene del ritorno puro e semplice al territorio, dell’indifferenza tra destra e sinistra, si fanno sentire anche qui.
2b. Dal Congresso di Venezia al prossimo congresso. L’esperienza di governo
Noi, tutti noi, vogliamo salvare Rifondazione comunista, ma soprattutto il patrimonio di cultura politica e di pratica d’innovazione che abbiamo costruito negli anni. D’altra parte, era sul terreno dell’innovazione che si incentrava la proposta portata allo scorso Congresso, quello di Venezia, con una discussione impegnativa e generando scelte che oggi siamo in dovere di sottoporre a vaglio critico: specie perché oggi discutiamo in una situazione straordinariamente drammatica, su un risultato elettorale che è giunto all’indomani della chiusura di un’esperienza precisa, la partecipazione al governo Prodi.
Al centro della discussione di Venezia non vi fu, però, soltanto la possibilità di fare parte di uno schieramento elettorale e in caso di vittoria di partecipare al governo: la proposta di allora non è riducibile semplicisticamente ad un tale approccio politicista, ad una sorta di contrasto tra “governismo” e “opposizionismo”. Ciò che vi è da porre a bilancio è, al contrario, la scommessa che con quel Congresso si delineò: di rompere cioè la tradizionale spartizione di compiti – ai partiti la politica istituzionale, ai movimenti le proteste e le lotte – , di avanzare la sfida (che si rendeva necessaria alla fine del quinquennio berlusconiano e, insieme, delle più intense mobilitazioni sociali e civili) sulla permeabilità dell’Unione alle istanze dei movimenti e della sinistra di popolo. Questa sfida, abbiamo già detto, l’abbiamo perduta. La prospettiva che ora è aperta di fronte a noi è quella di una stagione di opposizione, non solo non breve ma che oggi dobbiamo obiettivamente assumere come terreno di ricostruzione complessiva.
Di certo, in quei tempi, la scelta assunta al Congresso di Venezia si presentava come necessitata e insieme la sola adeguata a verificare una traduzione sul terreno politico del nostro rapporto con il conflitto sociale e con l’irruzione dei movimenti sulla scena. Altrettanto fortemente va oggi riaperto il dibattito sul rapporto tra sinistra e governo, tra sinistra e rappresentanza, tra sinistra e strumenti della trasformazione, tra sinistra e agire politico.
Nelle elezioni del 2006 si produsse, anche attraverso il consenso elettorale che ricevemmo come Partito su quella proposta e sulla configurazione del progetto della “Sinistra Europea”, una sorta di “estremo investimento” che corrispondeva alla domanda diffusa di cambiamento. Un investimento vincolato e a termine: che ha finito per protestarsi nelle elezioni successive, le scorse, punendo in particolare la sinistra e noi in essa, che avevamo candidato quella domanda a farsi determinante. Un investimento revocato e rovesciato, nella misura della delusione delle aspettative che avevamo suscitate intercettandolo. Una sanzione inaspettata nella sua gravità. Un divorzio, una violenta separazione tra la percezione diffusa e l’iniziativa politica: tra la frustrazione delle aspirazioni delle molte e dei molti e l’azione proiettata e al contempo imprigionata in un’alleanza fra ceti politici, sul terreno di un governo a sua volta prigioniero di un’illusione tecnocratica e per questa via sensibile piuttosto al richiamo dei poteri forti. Per noi, per la nostra cultura politica e per il suo nucleo d’innovazione, un divorzio atrocemente ironico: fra l’assunto del “cambiare il mondo senza prendere il potere” e lo scacco matto datoci dalla riduzione del governo a “minuta” del potere stesso – la conferma della trasformazione del potere esecutivo in un luogo separato di pura gestione, impermeabile appunto al doppio movimento fatto di conflitto sociale e mediazione politica che ne era stato il “vincolo esterno” novecentesco; la conferma, al tempo stesso, della soverchiante incidenza dei luoghi di decisione dell’economia mondiale sulle decisioni del governo nazionale, come si è visto nella questione del rispetto dei vincoli di Maastricht sulla riduzione a tappe forzate del deficit e del debito pubblico, che ha pesantemente condizionato in particolare la prima legge finanziaria.
Siamo all’opposizione e fuori dalle assemblee elettive, torna quindi nuda e inequivocabile la nostra ragion d’essere essenziale: quella della trasformazione sociale, del mutamento dei rapporti di forza, là dove più profondamente si determinano, a favore delle classi lavoratrici e subalterne; della produzione di spazi liberi e liberati dal dominio della merce; della crescita sostanziale della democrazia, come partecipazione, rottura progressiva dei poteri oligarchici, capacità decisionale di massa. Non è la scelta – tanto più perché subita, quanto mai obbligata dalla punizione nelle urne – della collocazione politica che ci salva. Né da sola e di per sé può riscattarci l’enunciazione di una “lunga marcia” nel sociale, da intraprendere ora e cioè all’indomani di quel divorzio. Decisiva, oggetto principale della nostra verifica su noi stesse e noi stessi, è la capacità di avviare un processo di ricostruzione insieme sociale, politico e di movimento, intervenendo sulle radici della sconfitta di oggi e perseguendo una dimensione ampia, di massa, allargata ben oltre i confini organizzativi che al momento segnano soprattutto la violenta separazione intervenuta con il tessuto sociale. Per questo praticare l’opposizione e una proposta strategica per essa significa oggi esercitarsi in un ambito costituente della possibilità stessa d’un nuovo discorso politico. Ed è per questo che il patrimonio di innovazione che aveva attraversato il congresso di Venezia, precedendo e trascendendo la stessa scelta di governo, andrà finalmente messo a frutto, per salvare il Prc e far rinascere la sinistra. Mentre esso, in questi anni, è andato largamente disatteso.
A Venezia veniva a maturazione un percorso politico-culturale, avviato fin dalla metà degli anni ’90 e ri-avviato nel 2001 (Genova) dall’esplosione del movimento altermondialista: il primo tentativo organico di fuoruscire dalle tradizioni del ‘900 e di coniugare la centralità del lavoro (e dei soggetti del lavoro) con le nuove culture critiche. Il femminismo e la lotta al patriarcato, l’ambientalismo e la messa in causa dei paradigmi tradizionali della crescita, il pacifismo e la sua sottrazione ad ogni residua tentazione campista, sancito dalla opzione strategica della nonviolenza, non erano più assunte come “lussi” in qualche modo sovrastrutturali, ma componenti organiche del “nuovo movimento operaio” da progettare e costruire. Ora si tratta di dar corso, fino in fondo, alla definizione di questa identità, di reindividuarne i contenuti e gli ambiti prioritari, nonché gli strumenti necessari per praticarla e farla vivere, nel Paese e nella sua dimensione naturale, che è quella europea. Non per caso, a Venezia venne sancita, tra resistenze e perplessità, la nascita del Partito della Sinistra europea.
Il primo di questi ambiti è il rapporto privilegiato e di “pari dignità” con i movimenti. Il movimento operaio, in generale, ma anche con più ravvicinate condivisioni di percorsi soggettivi, a partire dalla sinistra sindacale diffusa e in particolare la Fiom – non a caso oggi sottoposta alla terribile pressione derivante dalla torsione che vive la dimensione confederale del sindacato, facilitata in senso ancora più negativo dalla sconfitta della sinistra politica , costretta all’’inseguimento di una “governance” concertativa delle relazioni sociali, messa in crisi da destra – o delle combattive esperienze di base. Il movimento delle donne, il femminismo, senza di cui non si dà parola politica realmente contro il potere. I movimenti di lotta e di critica alla globalizzazione, che hanno consentito l’uscita dalla grande gelata dell’ultimo ventennio del ‘900 e che non sono certo esauriti. Ma anche il tessuto delle diffuse vertenzialità territoriali, capaci di pratiche di democrazia diretta e di liberazione. Il Partito non è, più, definitivamente, la sede del pensiero politico “generale” che porta a sintesi le diverse “parzialità”: è una parzialità che agisce sulla grande scala, un luogo di elaborazione e di proposta, un organizzatore di lavoro a disposizione della cooperazione politica dei soggetti. Il Partito vive se è capace di stare nei e con i movimenti, di farsene contaminare e di assumerne le pratiche virtuose. Un Partito che, tanto nei singoli territori quanto a livello generale, tanto nei casi di una vertenza per il diritto all’abitare o contro le espulsioni collettive dei migranti o per ottenere una delibera comunale di riconoscimento delle unioni civili quanto in quelli di una mobilitazione europea contro direttive liberiste e liberticide, oppure della contestazione ad un vertice dei poteri globali quale il G8, sappia mettersi alla prova nell’essere organizzatore diretto del conflitto, insieme e in cooperazione con gli altri soggetti protagonisti, non pensando di limitare la propria funzione alla semplice rappresentanza del conflitto stesso. Che sappia cioè passare dalla rappresentanza all’esercizio diretto del conflitto.
L’altra priorità è la nonviolenza: che non è semplice rifiuto della violenza e della distruzione dell’altro come condizione per il proprio avanzamento, ma critica radicale del potere, dei suoi assetti, della sua oppressività. Noi, finora, abbiamo espresso un’intenzione. Non ancora una pratica, giacché la pratica non è mai stata coerente con questa intenzione. E nemmeno un avvio di innovazione. Il nostro Partito non potrà, d’ora in avanti, che mettere a tema questa nuova capacità di coerenza.
E poi la democrazia: una idea di “democrazia radicale” che trasforma in contenuto e strategia ciò che ha, nel caso migliore, lo statuto di un semplice mezzo. Una democrazia capace di nutrirsi non solo di partecipazione, forza dei corpi, costruzione di spazi pubblici in agorà che si moltiplicano, ma di forza decisionale dei soggetti. Una democrazia come fine, per contrastare la passivizzazione crescente di massa e le tendenze a-democratiche che stanno prevalendo. E per identificare il ruolo – ma la soprattutto la necessità - della sinistra politica. Una democrazia che non può non essere, infine, la condizione della stessa ricostruzione di una sinistra d’alternativa larga, partecipata: nel senso che non si dà una simile impresa senza che la decisione politica venga rimessa ad una pratica democratica, aperta realmente ad ognuna ed ognuno, sulla base della più semplice e insieme più rivoluzionaria parola d’ordine democratica - “una testa, un voto”.
2c. Quale modello di Partito.
Come si vede la riflessione aperta a Venezia, pur non essendo seguita da una pratica coerente, ci ha posto grandi interrogativi sulla forma partito che ora dobbiamo raccogliere. La crisi profonda della politica, entro cui si colloca la stessa crisi della sinistra, dei modelli partitici e organizzativi novecenteschi non può certo essere risolta con atti di buona volontà. Richiede un’ampia riflessione collettiva e soprattutto un’adeguata e ponderata sperimentazione. Né si può pensare di importare modelli precostituiti. Abbiamo più elementi da cui imparare in negativo che esempi virtuosi da seguire. Tuttavia un dibattito si è acceso e trascende gli ambiti delle forze politiche strettamente intese, riguarda anche quelle esperienze nate su base locale o di movimento. Dobbiamo sapere interloquire con questo dibattito, sapendo che un processo di autoriforma del modello partito, senza la capacità di raccogliere e accogliere soprattutto le riflessioni e gli stimoli esterni alle forme partitiche, non è possibile.
L’analisi delle profonde modificazioni intervenute nella società contemporanea a seguito di quello che più volte abbiamo definito la “rivoluzione restauratrice” del capitalismo, sono il punto di partenza per definire le nuove funzioni e le nuove forme concrete di un nuovo modello di partito, che sfugga alla sola dimensione della “forza” comunque aggettivata.
La devastazione di senso che è stata provocata dalla frantumazione sociale e dalla pervasività, nelle sue varie forme, anche le più accattivanti, come quelle dell’intrattenimento televisivo, del pensiero delle classi dominanti, unitamente alla sconfitta storica che le esperienze rivoluzionarie hanno subito nel novecento, hanno incrinato irrimediabilmente qualunque discendenza del messaggio politico dalla adesione ideologica. Non si tratta perciò, per un partito di sinistra, di raccogliere consensi tra le masse popolari semplicemente disvelando loro la loro effettiva condizione sociale, perché tra questa e l’adesione politica non vi è alcun nesso. La facilità con cui avviene lo spostamento a destra dell’orientamento delle stesse classi popolari ne è una dimostrazione. Ancor meno ciò è possibile attraverso la sottolineatura della propria identità ideologica. Oggi si tratta di ricostruire e di produrre senso, non tanto di raccogliere consenso. Questo significa accentuare i caratteri gramsciani del partito come intellettuale collettivo. Nel senso che la formazione delle idee, del “senso”, non può avvenire per trasmissione dall’alto al basso, dall’avanguardia alle masse, ma come capacità di questo intellettuale collettivo di essere presente e protagonista nei vari punti e ai vari livelli nei quali si producono conoscenza e significati. Diventa perciò cruciale il rapporto con il mondo della cultura, nella sua accezione più ampia, che comprende anche quella scientifica e tecnica. Gli intellettuali, nell’accezione più ampiamente gramsciana del termine, non sono più, se mai lo sono stati, utili compagni di strada, o brillanti interlocutori, ma i protagonisti della creazione di un nuovo senso di società, di cui il partito deve essere propulsore, interprete, seguace. La formazione dei gruppi dirigenti del Partito va effettuata all’interno di questo più generale processo. In questo modo va superata la storica scissione tra il processo di formazione delle idee e quello della decisione politica, fra dibattito culturale e scontro politico.
La democrazia interna al Partito è dunque questione di sostanza, anche se per essere concreta deve tradursi in forme ben precise. Riguarda cioè il processo di formazione delle decisioni. Superare il “centralismo democratico” non significa semplicemente autorizzare la libera espressione di ciascuno, individuale o anche in forma correntizia, ma garantire fino in fondo la circolazione dei flussi di conoscenza che sono alla base del processo decisionale competente e responsabile. Da questo punto di vista è decisivo, proprio per la formazione delle decisioni, il ruolo delle rappresentanze territoriali che siano capaci di trasmettere istanze e orientamenti che nascono e si sviluppano nei diversi territori.
Il modello di partito cui aspiriamo è perciò aperto alla società, nel senso più profondo del termine. Questo non significa deprivare gli iscritti del loro potere di determinare le decisioni e le scelte del loro Partito, ma significa garantire le condizioni con cui queste scelte possano maturare nel modo più democratico e più consapevole possibile. Il che, in un modello di partito chiuso, non permeabile ai movimenti politici, sociali e culturali, sarebbe del tutto impossibile.
Naturalmente questo significa concepire il Partito costantemente proiettato in una dimensione internazionale, e non solo europea, anche se da qui bisogna in primo luogo partire, come ha dimostrato anche la positiva esperienza della Sinistra Europea. Le interazioni politiche, istituzionali, sociali, economiche, culturali conseguenti, nel bene e nel male, al processo di globalizzazione nel quale siamo inseriti, rende asfittico qualsiasi prospettiva di chiusura del pensare e dell’agire politici entro le dimensioni nazionali. Questo deve avvenire rispettando pienamente le condizioni di assoluta parità tra le espressioni politiche della sinistra dei vari paesi, essendo improponibile qualunque forma di sudditanza o di organizzazione rigidamente gerarchizzata su scala internazionale.
La produzione di senso di cui abbiamo bisogno non può solo avvenire per via intellettuale. Deve investire la nostra presenza pratica nella società. Il radicamento nel territorio, che da più parti, anche fuori di noi viene invocato, spesso con toni salvifici, quanto inconsistenti, non può significare semplicemente la costruzione di circoli di strada o di fabbrica, l’organizzazione dei volantinaggi davanti alle scuole o ai mercati, la presenza fisica dei nostri militanti nei luoghi della vita associativa. Vuole dire anche questo, naturalmente, ma non solo questo.
Si tratta di produrre delle esperienze innovative di aggregazione e di vita solidale, si tratta concretamente di “fare società”, ricostruendo spazi e luoghi pubblici, rompendo l’isolamento, la frantumazione del tessuto sociale, l’isolamento individuale. Ciò che è mutato nelle relazioni sociali tra le giovani generazioni ci segnala una necessità impellente: abbiamo bisogno di mettere a disposizione nuovi strumenti per una diversa socialità. In questo senso va preservato e valorizzato quanto fino ad oggi è stato fatto dalle giovani e dai giovani comunisti sul terreno dell’innovazione e della pratica politica. L’autonomia dell’organizzazione giovanile, reale motore di ogni sperimentazione, è quindi un’acquisizione fondamentale e irrinunciabile.
I nostri circoli, le nostre strutture di base non possono essere solamente il luogo dove si discute di politica o dove si organizza materialmente l’iniziativa esterna, ma devono essere propulsori ed essi stessi sede di una nuova socialità, di una nuova attività creativa nel campo delle relazioni umane, della solidarietà mutualistica, della ricerca e della produzione intellettuale e artistica, di elementi di nuova coscienza di sé e di liberazione. Devono cercare di diventare centri di organizzazione e di esplicitazione di un nuovo senso della vita e della società. Il movimento dei movimenti, da Genova in poi, ha sperimentato forme di autorganizzazione mirate a contrastare il flusso mediatico con pratiche di autoproduzione e condivisione di informazione e di trasmissione (mediattivismo) che hanno dimostrato la praticabilità di nuove forme di comunicazione del fare politica e di produzione di senso.
Tutto ciò è impossibile senza una radicale innovazione delle forme della nostra organizzazione. Le esperienze più avanzate di movimento che in questi anni abbiamo attraversato non hanno viceversa cambiato la nostra struttura. Lo strumento principe di una simile, necessaria innovazione è la democrazia. Soggetto politico e soggetto sociale vanno rimessi in relazione. In questo senso, ci possono essere molto utili teorie e tecniche che afferiscono appunto alla democrazia partecipativa e deliberativa. Tali approcci non sono utopie, né forme di democrazia diretta, ma concreti cambiamenti che possono essere apportati alle modalità dei processi decisionali perché si generi maggiore inclusione di punti di vista, trasformazione delle preferenze individuali durante i processi, mediazione dei conflitti, e infine nuove e più belle identità di quelle di partenza. Inoltre, l”utilizzo delle nuove tecnologie ha dato vita a tecniche e teorie di quella che oggi viene definita “e-democracy”, che pur non potendo surrogare il primato della partecipazione fisica, possono comunque allargare la sfera dalla partecipazione.
Un tale processo di ricerca e innovativo delle forme di organizzazione può rappresentare un significativo contributo del Prc all’apertura di un reale processo costituente a sinistra.
III – LINEAMENTI DI PROSPETTIVA
3a - Le culture politiche della trasformazione
Non solo il nostro Partito, ma l’intero campo della sinistra, se vuole rinascere deve liberarsi dal vizio antico dell’assolutismo identitario che può anche “uccidere con trasporto”. Questa scelta è resa ancora più urgente e necessaria dal disastro elettorale. Se per molti milioni di persone la nozione di sinistra non ha più il significato stringente – politico, culturale, emotivo – che ha avuto per una lunga fase della storia, se addirittura essa oggi rischia di essere una “parola che non parla”, quasi una parola vuota, è esattamente lì, alla radice del significato di sinistra, che bisogna tornare. Riscoprirne il senso, l’attualità, l’utilità. Rilanciarne l’operatività. Ricominciare a esperirne il reale valore trasformativo. Se è vero che l’eredità non è di chi la lascia, ma di chi la riceve, e che deve “filtrare, passare al setaccio, criticare…riaffermare scegliendo”, è vero altresì che il terreno principale del confronto è quello che si svolge sulle culture politiche dell’innovazione e della trasformazione. A noi pare la dimensione più feconda per uscire dalla tagliola tra omologazione e minoritarismo, tra conservatorismo e “nuovismo”, tra arroccamento e “tradimento”.
Se oggi dovessimo definire – in una sola parola – il senso della sinistra, useremmo come sua gemella e sinonimo quella di liberazione. Liberazione del (e dal) lavoro, dell’ambiente, della persona, oggi diversamente ma egualmente imprigionati nelle gabbie del capitalismo globale e dell’élite dei “megaricchi che intendono distruggere il pianeta”. Liberazione come processo generale, dentro le macrostrutture dei poteri economici transnazionali, come rovesciamento graduale dei rapporti di forza, ma anche come processo di autodeterminazione di sé. Di fronte alla crisi di civiltà che attanaglia l’Occidente, in una catena di regressioni sempre più agghiacciante – la paura, l’insicurezza come condizione esistenziale, la violenza, la guerra – non è più possibile stilare gerarchie di sofferenze o dotarsi di “centralità” strategiche, separare i diritti sociali da quelli civili, puntare sulla “contraddizione principale” contro quella secondaria. Dal tempo in cui Marx ed Engels, nella celebre conclusione del “Manifesto”, invitavano il proletariato a infrangere le catene dello sfruttamento e dell’alienazione, per guadagnare un mondo, il modo di produzione del capitale ha accresciuto a dismisura la sua voracità, ha invaso tutte le sfere della vita, ha rotto l’autonomia della conoscenza, mercificando la rivoluzione scientifica e tecnologica più estesa dei tempi moderni. Insomma, “ha distrutto tutto ciò che appariva solido”, divorziando da ogni ideologia e pratica di progresso, anche dal liberalismo che gli appariva congeniale – e forse anche dalla democrazia politica.
La sinistra del XXI secolo potrà rinascere come leva dell’opposizione e della trasformazione solo se sarà capace di far maturare, nei conflitti, nel lavoro e nel non lavoro, nella vita reale, nelle scuole, nei luoghi della formazione, questa idea di liberazione e di possibile libertà. E’ l’idea di una sinistra che nasce da una consapevole maturazione del concetto di relazione. Quella tra il fare e il suo perché, fra la specie umana e il resto del vivente, tra il vivente, il pianeta e le sue risorse, tra i diversi interessi delle classi, tra il punto di vista femminile e quello maschile.
3a.1 La centralità del conflitto capitale-lavoro
Non c’è sinistra che non sia connessa, socialmente, emotivamente, politicamente, al mondo del lavoro. Non si dà sinistra “rappresentativa” che non sia capace, non banalmente di “tornare nelle fabbriche” o negli uffici, ma di porsi in sintonia con i salariati. Non c’è sinistra, se non c’è un soggetto consapevole di ciò che è accaduto, nell’ultimo ventennio, in Italia e in Europa: una gigantesca lotta di classe, che ha prodotto uno spostamento di dimensioni inedite a favore di rendite e profitti, e a sfavore dei redditi dei lavoratori dipendenti, e ha in parallelo trasformato la precarietà lavorativa in condizione strutturale e stabile, nel mercato del lavoro, nella realtà economico-sociale – e perfino nella psicologia di massa. Non c’è sinistra, dunque, che possa davvero misurarsi con la sfida della politica di governo se non è in grado di produrre un avanzamento concreto, materialmente percepibile, a favore di chi lavora e di chi è costretto alla precarietà.
Le grandi trasformazioni che il capitalismo ha determinato nell’attuale fase della globalizzazione hanno articolato e frantumato il processo produttivo e contemporaneamente concentrato il potere decisionale nelle mani di pochi; hanno saturato mercati e ne hanno creato di nuovi; hanno negato i bisogni più elementari della stragrande maggioranza delle persone su scala mondiale e allo stesso tempo ne hanno prodotto dei nuovi indotti dal tipo di sviluppo, aprendo così una clamorosa contraddizione tra questo e l’ambiente, tra la crescita economica e le condizioni di vita delle donne, degli uomini e dei loro diritti; hanno introdotto la precarietà come condizione strutturale e di sistema. Quindi il conflitto tra il capitale e il lavoro in tutte le sue forme, resta ineliminabile e ineludibile.
Questo vale per l’Unione Europea che, da occasione per migliorare le condizioni di lavoro e di vita dei paesi più deboli, si è invece rivelata uno strumento per scardinare le norme legislative più avanzate in materia di lavoro, per togliere diritti a chi ancora ne ha, per uniformare al ribasso le condizioni di lavoro e di vita. Ma vale ovviamente soprattutto per il nostro paese, nel quale gli stessi dirigenti del Partito Democratico considerano invece obsoleta l’idea della lotta di classe. Quando, nel corso della nostra esperienza di governo, ci si è misurati sulle grandi questioni della politica economica e sociale, i poteri forti hanno prevalso e le mediazioni finali sono state perdenti per i lavoratori, anche per la debolezza, e spesso l’assenza, dell’unico elemento che avrebbe potuto modificare la situazione, cioè il conflitto sociale.
Su questo si misura anche l’involuzione del ruolo delle grandi organizzazioni sindacali, come si può vedere anche nella recente ipotesi di intesa sulla riforma della contrattazione, che rischia di svuotare la funzione del contratto nazionale di lavoro verso una contrattazione di secondo livello che è preclusa alla grandissima maggioranza dei luoghi di lavoro.
L’insuccesso della nostra sfida di governo, che di fatto è stata sancita dal protocollo del 23 luglio 2007 sul Welfare e dall’impedimento a modificarlo nella sede parlamentare con l’imposizione del voto di fiducia, sta prima di tutto nel rafforzamento del ruolo dell’organizzazione padronale, la Confindustria, vera vincitrice in questa fase politico-sociale. La Confindustria in molti casi ha saputo e potuto dettare l’agenda politica; ha ottenuto dal governo sostegni concreti senza contropartite – come avvenne con la riduzione del cuneo fiscale -; ha potuto così preparare il terreno per aggredire il contratto nazionale di lavoro, per mettere in discussione il diritto di sciopero, per ritornare alla carica contro l’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori.
La nostra capacità di resistenza è stata troppo debole. Ha pesato l’assenza di un radicamento nei luoghi di lavoro e sul territorio. Malgrado l’impegno profuso, siamo risultati inefficaci al governo e nel parlamento e poco presenti nei luoghi dove il lavoro ha assunto le mille antiche e moderne forme dello sfruttamento.
Da lì dobbiamo dunque ripartire, raccogliendo quello che è stato disperso, ricercando e inventando spazi di incontro, dentro e fuori i luoghi di lavoro, rispondendo alle domande di intervento sulla condizione lavoratrice e contrastando così la penetrazione nei tessuti operai e popolari della Lega e delle stesse destre. La vittoria dell’impresa da una parte – e quindi la perdita di potere dei lavoratori – e la degenerazione della politica dall’altra hanno creato un solco che non possiamo colmare dall’oggi al domani. Serve un lavoro capillare, determinato e paziente.
Oggi più che mai il tratto comune tra i proletari vecchi e nuovi è la solitudine, l’assenza di comunità, la mancanza di libertà. Se l’impresa, tra coloro che impropriamente furono definiti come i “garantiti”, divora fette crescenti della vita e del “tempo libero”, se gli orari di lavoro si allungano a dismisura in Europa, se flessibilità e precarietà diventano pratiche utili a un risparmio colossale sul prezzo della forza-lavoro, è l’insieme della condizione di lavoro che è entrata in drammatico svilimento. Il lavoro ha perduto dignità, senso forte e valore, sia in senso etico che economico. La precarietà lavorativa s’intreccia, in un nesso sempre più indistricabile, con la precarietà dell’esistenza stessa.
Identificare quale sia il contributo occupazionale del lavoro flessibile è cosa utile per demistificare la falsa alternativa tra precarietà e occupazione. Nello stesso tempo è evidente che una quota del lavoro flessibile è legata strutturalmente ai settori del terziario e del cosiddetto quarto settore. Se è vero che in molte aziende manifatturiere si è assistito ad una sostituzione di lavoro stabile con lavoro precario, per comprimere il costo del lavoro, è anche vero che alcune funzioni del terziario innovativo sono tendenzialmente e strutturalmente più instabili. I precari non sono soggetti definibili solo in negativo. Essi esprimono nuove strategie di vita e di relazione, nuovi bisogni, nuovi significati, nuove opzioni che meritano di essere considerate anche per la nuova potenziale “politicità” che esprimono. Si apre quindi un problema inedito di come tutelare e rappresentare questi lavoratori.
La nostra politica per il lavoro deve quindi riguardare allo stesso tempo il mondo del lavoro, quello del precariato, quello del non lavoro. In questo quadro si collocano sia la nostra proposta di superamento della legge 30 - per riunificare le figure del lavoro dipendente, con l’eliminazione delle false partite Iva, cioè del finto lavoro autonomo, riducendo il contratto a termine a una casistica precisa e favorendo l’assunzione a tempo indeterminato – quanto quella di allargamento dei diritti dello Statuto ai lavoratori delle piccole imprese.
Per rispondere alla dirompente questione salariale e alle pensioni indecenti bisogna innanzitutto difendere la funzione del contratto nazionale di lavoro, quale strumento per una ridistribuzione della ricchezza generale prodotta, e quindi per un aumento dei redditi da lavoro; bisogna introdurre un nuovo meccanismo di indicizzazione automatico annuale, che non abbia influenze negative sull’inflazione e invece impedisca l’erosione del valore reale delle retribuzioni; ma è pure decisivo, sull’esempio di altri paesi europei, introdurre un salario minimo ed un reddito sociale per gli inoccupati e garantire continuità di reddito per i precari.
Nello stesso tempo una forza di sinistra deve sapere intervenire sui problemi del lavoro autonomo, quando esso è effettivamente tale, e non lavoro dipendente mascherato per ridurne il costo. Il bisogno di lib
Il nostro Partito e le sfide della sinistra
INDICE GENERALE
PREMESSA
I – DOPO IL 13-14 APRILE
1a – L’Italia e l’Europa a destra
2b – La debacle della SA
3c – Le ragioni vicine e lontane della sconfitta
4d – Il vuoto a sinistra
II – PRC, CHE FARE?
2a – Rifondazione Comunista, un’ambizione da salvare
2b – Dal congresso di Venezia al Settimo Congresso
2c – Quale Partito?
III – LINEAMENTI DI PROSPETTIVA
3a – Le culture politiche della trasformazione
3b – Esiste una questione settentrionale?
3c – I nuovi termini della questione meridionale
3d – La questione sarda
IV – PER UN PROCESSO COSTITUENTE DELLA SINISTRA, LE RAGIONI E LA PRATICABILITA’ DI UNA PROPOSTA DI FUTURO
4a – L’avvio del processo costituente
4b – La sinistra diffusa
PREMESSA
Il capitalismo della nostra epoca, quello della globalizzazione, è una forma senza precedenti di spoliazione a partire dal lavoro dell’essere umano, della natura, delle conoscenze. E’ il capitalismo della colonizzazione dei corpi e dello spirito, un capitalismo totalizzante che incorpora e accompagna anche, antiche forme di dominio, a partire dall’organizzazione patriarcale della società. La “guerra preventiva e permanente” si propone come un nuovo ordine mondiale, alimentando la spirale drammatica del terrore e dei fondamentalismi. La stessa mutazione climatica, nel suo intreccio fondativo con un modello di crescita che dissipa risorse e accumula veleni, incombe come una ipoteca distruttiva sulla biosfera e sul destino del genere umano. Le classi sociali, la persona e la natura e con esse la democrazia, dentro questa prospettiva, sono ridotte a delle semplici variabili dipendenti. Le conseguenze sociali, come quelle sui diritti, sono allarmanti. Il precariato fagocita le conquiste sociali acquisite in mezzo secolo dal mondo del lavoro. La prospettiva di vita di tutta una generazione è bloccata. Le ineguaglianze si accrescono, diventano strutturali, fino a trasformarsi in motore della nostra società contemporanea. Davanti a questo quadro, una alternativa di società è necessaria e possibile.
Ma la sinistra in Europa si trova oggi di fronte alla sfida forse più difficile della sua storia: quella dell’esistenza politica. Non è solo, com’è successo tante altre volte, il rischio della sconfitta: quel che si affaccia all’orizzonte è il rischio di un vero e proprio declino. E questa volta l’urgenza della risposta è davvero grande perché grande è la minaccia. Se essa si avverasse, l’esito sarebbe drammatico: l’eredità intera del movimento operaio del ‘900 ne sarebbe dilapidata.
In Italia, il risultato delle elezioni del 13 e 14 aprile 2008 ci restituisce il profilo d’un Paese che non conoscevamo: per la prima volta nel dopoguerra, la sinistra politica è stata cancellata dalle istituzioni nazionali. Il nostro Partito, il Partito della Rifondazione comunista, ha subito una dura sconfitta, proprio nel momento di massimo investimento in un nuovo processo unitario. Tale è stato il significato del fallimento della formula elettorale della Sinistra Arcobaleno. Questa non è riuscita a contrastare la riduzione del sistema politico ad uno schema tendenzialmente bipartitico e la conseguente tensione presidenzialista della campagna elettorale. Non ha conseguito alcun successo nel sottrarre consensi all’attrazione del “voto utile”. Ha quindi fallito nella competizione con il Partito democratico di fronte al ritorno di Berlusconi e delle destre. In sostanza non è stata in grado di costituire realmente una proposta di ricollocazione e di rilancio di una prospettiva per la sinistra politica italiana, dopo la caduta dell’esecutivo Prodi e la fine della logorante e sofferta partecipazione al governo.
Un esito che nessuno aveva previsto o immaginato: per la prima volta nella storia della Repubblica non vi è in Parlamento alcuna sinistra politica, alcuna formazione e neppure un eletto che vi si richiami esplicitamente.
La nostra riflessione non può che muovere da questo evento traumatico e dal contesto, non solo italiano, che l’ha prodotto. Ma per capire che cosa è davvero successo nel profondo della società italiana, e che cosa possiamo e dobbiamo fare, è essenziale dismettere ogni residua iattanza ideologica, ogni pretesa di autosufficienza, ogni scorciatoia analitica e politica. Questo è il tempo della ricerca collettiva, senza steccati e barriere precostituite. Del dubbio. Della necessità, da parte di tutto il gruppo dirigente del nostro Partito, di “rendere conto” di ciò che ha fatto, e di ciò che non ha fatto, fino in fondo. Ciò che conta è stabilire insieme il punto di partenza e la direzione di marcia di questa ricerca.
Questo nostro congresso, perciò, ha carattere straordinario, ma nient’affatto contingente. Una comunità ferita si raccoglie, si confronta e non cerca consolazioni, ma risposte chiare e non circoscritte alla “tattica della fase”: la chiarezza delle risposte che solo la politica può dare. Un partito che vuole continuare a vivere, deve riscoprire la virtù basica del coraggio politico. Esso quindi vuole e deve coinvolgere tutte le iscritte, iscritti, militanti, ai quali è riconsegnato il diritto\dovere alla parola e alle scelte, ma è anche a disposizione di tutta la sinistra, e di tutti coloro che condividono il nostro assillo principale: la sua ricostruzione. La sua rinascita, attraverso un processo costituente di natura radicalmente nuova, che coinvolga il popolo della sinistra e lo renda protagonista dei suoi destini.
Questo processo è il tema vero che anima la riflessione della Sinistra europea. La nostra decisione di agire per la costruzione della Sinistra europea è una scelta di fondo. L’Europa è il luogo di articolazione delle politiche liberiste, ma anche quello della possibilità di definire un’alternativa. Perciò noi agiamo sistematicamente per la dimensione europea dei conflitti, per una relazione costante con i movimenti che si sviluppano nel continente, per una presenza efficace ai livelli istituzionali europei. Abbiamo contrastato il progetto costituzionale europeo di tipo liberista in nome di un processo costituente democratico che parta dal basso. La nostra appartenenza al Partito della Sinistra europea vede oggi un impegno particolare per definire piattaforme ed organizzare mobilitazioni, in special modo sulle questioni del lavoro che, insieme a tutti i temi legati alla tutela e all’allargamento dei diritti, saranno oggetto del programma elettorale per le prossime elezioni europee.
Questo è il senso del nostro nuovo congresso e del documento che qui presentiamo alla discussione e ai contributi emendativi di tutte le compagne e i compagni.
Parte I. SPUNTI PER UN’ANALISI
1a. L’Italia (e l’Europa) a destra
Il dato politico più rilevante, che il voto di aprile ha per un verso disvelato e per l’altro ha determinato, è quello di una svolta a destra di dimensioni inusitate, evidente nella politica, nelle istituzioni, negli assetti del potere, nelle relazioni sociali, ma soprattutto percepibile nel “senso comune” e nell’egemonia dei valori. La destra vince, anzi sfiora il trionfo, non solo per la debolezza della prospettiva del Partito Democratico e per la fragilità della sinistra, ma anche in virtù della propria capacità di intercettare la crisi sociale e di offrirle uno sbocco che è stato ritenuto credibile: un impasto di ideologie regressive, rassicuranti e anche illusorie, che però rinviano a un’idea forte di società.
In assenza di risposte progettuali e di massa adeguate ed efficaci, quello che può determinarsi è un ciclo di lunga durata, in un quadro europeo di prevalente spostamento a destra dell’asse politico, come ribadito in ultimo dalla riscossa dei Conservatori in Gran Bretagna e a Londra. Nel contempo evapora il profilo generale delle sinistre “moderate”, riformiste e post-riformiste, sintetizzato in Europa dalla deriva delle forze del Pse verso formule nazionali diversificate con la sola dominante di un ostinato investimento sulla ricerca delle compatibilità “di mercato” e di un “liberismo temperato” sempre più in difficoltà. Ne é esempio eloquente il debutto del nuovo Partito Democratico di Veltroni con un clamoroso insuccesso. Si distingue in questo quadro l’esperienza di Zapatero in Spagna, non solo per i diversi e positivi esiti elettorali anche recentemente registrati, ma soprattutto per i tratti di originalità dell’elaborazione politica che sostiene e anima quella esperienza, che meriterebbe di essere indagata in modo non banale. D’altro canto, il campo delle sinistre alternative resta tuttora appeso al rischio di scomparsa dal terreno politico: lo scacco della Sinistra Arcobaleno lo attesta solo per ultimo, dopo quelli di Izquierda Unida in Spagna e del Pcf in Francia. La scommessa della Sinistra Europea è tuttora aperta, spalancata su questo rischio come un’altra possibilità ancora da costruire e praticare, la sola che può proiettare oltre i confini dei casi singolari i successi in controtendenza dell’Akel a Cipro, del Synaspismos in Grecia e soprattutto della Linke in Germania - tutti accomunati dalla ricerca, differentemente sperimentata, di un’innovazione generosa delle proposte politiche e delle forme organizzative.
In Italia, però, lo spostamento dell’asse politico assume caratteristiche ancora più rilevanti e clamorose, dopo la fragilissima parentesi del governo Prodi, fino al vero e proprio rovesciamento di quello che fu chiamato il “caso italiano”, ovvero la permanenza di un solido e articolato movimento di massa e di una significativa presenza della sinistra nelle istituzioni.
Nella destra che vince, dove l’exploit della componente leghista rappresenta il vero “valore aggiunto” e la conquista di Roma il risultato a più elevato valore simbolico, l’antica miscela di neoliberismo e di populismo, quella che ha consentito le vittorie (instabili) degli anni ’90, non è stata accantonata, ma sostanzialmente aggiornata. Sull’onda dell’esempio francese e del successo di Nicholas Sarkozy, ora il messaggio politico generale verte su una parola-chiave: la sicurezza. Ovvero, la promessa di Sicurezza: dallo straniero, dall’”invasione” dei migranti, dal moltiplicarsi della microcriminalità, dal degrado dei territori e delle periferie, dall’angoscia della vita di tutti i giorni, dall’assoluta imponderabilità del futuro. Sicurezza, cioè, come riparo dagli effetti concreti e quotidianamente esperibili della globalizzazione e del suo liquido disordine, e come ritorno ad una mitica comunità neo-nazionale o neo-territoriale, che sarà giocoforza rinserrata in se stessa, interclassista, neocorporativa e individualizzata (nel senso dell’egoismo primitivo in luogo di quello “maturo”). Sicurezza, ancora, come richiamo forte nel momento in cui le promesse della globalizzazione si sono ormai rivelate illusorie, sotto i colpi delle crisi sempre più frequenti che sconvolgono l’economia mondiale, della crescita galoppante delle differenze non solo tra paesi ricchi e paesi poveri, ma soprattutto all’interno degli stessi paesi più sviluppati ed in quelli con la maggiore e rapida crescita (come Cina e India), dell’impietoso manifestarsi dei disastri ambientali provocati da uno sviluppo vocato al puro sfruttamento dell’ambiente e delle risorse naturali, che rompe gli equilibri fondamentali del pianeta, come ci rivela la crisi climatica. Così le dottrine neoliberiste vengono messe in causa dai loro stessi proponenti e si riaffacciano ipotesi protezionistiche ( quali quelle avanzate recentemente da Tremonti) e di intervento pubblico diretto in economia (soprattutto in campo finanziario, ma non solo, viste le sortite di Berlusconi a proposito dell’Alitalia).
Questo accento così spostato sul versante popolar-populista non impedirà certo al nuovo governo Berlusconi un rapporto “fattivo” con i poteri forti e, segnatamente, con Confindustria. Quest’ultima, del resto, sotto la nuova direzione di Emma Marcegaglia, si va organizzando come un potere politico forte apertamente strutturato come tale e come centro pensante per la politica economica del paese. In sostanza il nuovo gruppo dirigente confindustriale sembra presentarsi come una specie di governo ombra, rispetto a qualunque governo, ivi compreso quello attuale. Se il nemico comune è l’autonomo potere contrattuale del sindacato - come dimostra anche la recentissima ipotesi di riforma della contrattazione che vede la prevalenza del modello Cisl -, in direzione di quanto ancora una volta Sarkozy ha già parzialmente realizzato su questo terreno in Francia, la prospettiva condivisa è la deregolamentazione “definitiva” del mercato del lavoro: la fine, o il drastico ridimensionamento, del contratto nazionale di lavoro, la restaurazione delle gabbie salariali, l’espansione del modello lavorativo e sociale fondato sulla precarietà (e la flessibilità) della forza-lavoro. Un’offensiva che muove da un’azione sovranazionale dei poteri del capitale e che segna la vicenda cruciale dell’Europa, il cui modello sociale vive da tempo una mutazione che prevede una riorganizzazione subalterna delle relazioni sociali già evocata dagli accordi dei governi sulla Carta europea. In questo contesto di crisi e riposizionamento della governance politica dello spazio europeo, liberismo e populismo tornano a convergere nel progetto ormai più che marciante di disgregazione della compagine organizzata del lavoro, dentro la quale la solitudine operaia, l’esaurisi di un tessuto nutrito di storia, di relazioni, di solidarietà, consegnano il singolo lavoratore alla forza bruta dell’impresa e lo espongono, nella sua astratta veste di “cittadino”, alle sollecitazioni di un senso comune disgregato. Un duplice e violento sradicamento, che ha spezzato da tempo ogni connessione tra condizione sociale e scelte politiche – e anche tra protesta sociale e orientamento di voto. Le destre italiane hanno saputo approfittare anche di questo processo, rafforzato nel corso dell’ultimo anno e mezzo dalla campagna dell’ “antipolitica” e accompagnato dalla complementare incapacità di ogni soggettività di sinistra a ristabilire una connessione efficace con la nuova “composizione di classe”, a saperne esprimere le effettive forme di vita e a condividere con essa un progetto alternativo credibile. E sono riuscite ad irrobustire il loro bacino di consenso ed articolarlo nelle diverse zone del Paese, in una accorta distribuzione geografica di ruoli e competenze tra Fi, An, Lega Nord e MPA.
Ma perché il disagio e il malessere sociale prendono la strada prevalente del consenso alla destra? Certo anche perché questa è una tendenza presente in tutto l’Occidente, come già si è visto nelle banlieues parigine conquistate da Le Pen o nel voto pro-Bush di una parte massiccia degli operai (bianchi) poveri. Perché nelle metropoli e in molte città del Nord e del Sud (e in prospettiva anche del Centro) sono i quartieri poveri e le periferie a premiare la destra, in un rovesciamento quasi plastico degli equilibri elettorali tradizionali? Certo anche perché le sinistre democratiche o moderate dell’Occidente hanno da tempo concentrato la loro attenzione (e il loro messaggio neoliberale) sulle classi medie, o addirittura medio-alte. E perché e come - a Roma ma forse non solo a Roma – si è consumato nel volgere di pochissimi lustri un patrimonio come l’antifascismo? Certo anche perché anni e anni di battente campagna neorevisionista, sulla storia d’Europa e sull’equivalenza sostanziale tra fascismo e antifascismo, hanno scavato a fondo nell’immaginario e nel sentire comune.
Ma rispondere davvero a questi, ed altri consimili, interrogativi, per ricostruire una capacità d’intervento e risposte non episodiche, chiede una capacità di lettura della società italiana della quale oggi ancora non disponiamo. Una capacità d’inchiesta all’interno dei soggetti sociali, dei “territori”, degli interstizi e dei gangli sociali più profondi, che si costituisce via via come nuova progettualità politica – senza la quale il compito necessario di praticare una “reimmersione nel sociale” sarebbe a rischio di ridursi a puro esercizio sociologico, se non a mera retorica. Le destre vincono, e possentemente, non solo in forza del radicamento leghista nelle regioni del nord del paese o di quello della Destra sociale a Roma, ma per la forza politica della narrazione che in questi anni ha saputo imprimere “allo stato delle cose” d’Italia e del mondo. Quello che dà senso all’esser-ci, e tendenzialmente lo muta, prima che in potere, in egemonia.
1b. La dèbacle politica della “Sinistra l’Arcobaleno”
Gli oltre due milioni e mezzo di voti perduti, l’omogeneità geografica (in basso) dei risultati, il mancato raggiungimento del quorum necessario per accedere alla rappresentanza parlamentare ci parlano di una sconfitta di portata storica. Nessun sondaggio l’aveva contemplata, nessuna previsione, anche tra le molte pessimiste, l’aveva assunta, alla vigilia, come un esito plausibile. Una cecità che, a sua volta, è parte integrante del problema politico d’insieme che oggi dobbiamo affrontare.
I limiti politici della coalizione ci erano chiari fin dall’inizio. Ma la precipitazione dei tempi, dopo il fallimento del tentativo di cambiare la legge elettorale attraverso un governo a termine, ha reso pressoché impossibile ogni vera correzione di questi limiti. Ne è uscito un cartello “pattizio”, separato dalla sua stessa base militante e d’opinione, ed anzi ad essa sovrapposto, quindi percepito come sommatoria di ceti politici tesi alla salvaguardia di se stessi. Un’esperienza di tipo federativo che non solo è rimasta imprigionata all’interno dei partiti e non è riuscita a coinvolgere parti significative della “sinistra diffusa”, ma non ha neppure avviato, nel corso della campagna elettorale, alcun lavoro comune tra le forze promotrici. Una proposta politica, perciò, che è apparsa generica e improvvisata, e comunque non credibile – essa è apparsa anzi un vero e proprio “residuo”.
La speranza che, a dispetto di questi deficit, scattasse ancora, tra la nostra gente, il senso d’appartenenza o la volontà di un “estremo investimento”, in nome del “bisogno politico di sinistra”, si è rivelata un’illusione . Non avevamo capito che quell’estremo investimento, in realtà, c’era già stato due anni fa, nelle elezioni del 2006, e che adesso, alla prova d’appello, ci presentavamo “nudi”, avendo quasi interamente consumato il patrimonio di consensi ricevuto in dote. Né avevamo compreso fino in fondo che, di fronte alla devastazione sociale e culturale indotta da anni di politiche neoliberiste, di crisi della rappresentanza e di crisi verticale di fiducia nella politica, non si trattava “semplicemente” di rimettere insieme dei consensi, ma di riuscire a dare un nuovo senso alla stessa nozione di sinistra. Essa, oggi, come tale appare una scatola vuota e non parla più alla società: ai movimenti, ai soggetti sociali, ai giovani, agli operai.
1c. Le ragioni, vicine e lontane, della sconfitta
Perché? Per almeno tre ragioni evidenti: Il fallimento della sfida lanciata con la partecipazione al governo Prodi; la frattura consumata con le classi subalterne, i poveri, gli ultimi – ma anche con i movimenti e\o loro componenti rilevanti; il mutamento profondo del senso comune e dei suoi valori di riferimento.
L’esperienza di governo ha pesato negativamente, molto al di là di quanto potessimo immaginare, non per la scarsità, quantitativa e qualitativa, dei suoi singoli risultati, ma proprio per il suo limite generale: l’aver radicalmente disatteso l’impegno ad avviare una nuova stagione per l’Italia, imperniata su politiche redistributive, sul miglioramento delle condizioni materiali di vita e di lavoro, sull’allargamento dei diritti civili e della persona. Questa era, al fondo, la “ragione sociale” del patto sottoscritto tra sinistra e “riformisti”: un compromesso, certo, ma dinamico e provvisto di un qualche elemento effettivamente riformatore. In realtà – anche per gli effetti parlamentari di una vittoria elettorale, che tale non era nella realtà ma solo per quei particolari meccanismi elettorali nella quale si era prodotta, e che non abbiamo saputo valutare per tempo in tutti i suoi limiti – questa ipotesi non ha quasi mai avuto corso. Se Prodi è apparso timoroso e a volte succube dei poteri forti (che per altro non gli hanno mai concesso per intero la loro fiducia), la sinistra è parsa prigioniera di Prodi. Inefficace e impotente, al di là della sua volontà, non combattiva e inconcludente, e quindi superflua. Perciò la delusione, la disillusione e il disincanto si sono espressi in una disaffezione di massa che ha disperso il nostro elettorato un po’ in tutte le direzioni - prevalentemente verso scelte più moderate (Pd, prima di tutto, ma anche l’Idv e la destra), ma anche nell’astensione e nel voto puramente testimoniale. Il successo della campagna sul “voto utile”, cioè, non si fonda soltanto sulla forza martellante dello schema bipartitico e sulla paura del ritorno di Berlusconi, nasce anche dal diffondersi di una persuasione di massa sulla “non utilità” della sinistra politica.
Un altro processo non ci era davvero chiaro: fino a che punto il tumulto economico-sociale di questi anni, con gli effetti della globalizzazione che si sono dispiegati fin sull’uscio di casa, stia bruciando le identità storiche, che vengono così percepite come concrezioni ideologiche mummificate, astratte, ridondanti. Così, la dura materialità della vita quotidiana, i suoi pesi, le sue fatiche, si sono letteralmente schiantate addosso a noi: la “Casta” della sinistra. Così è sulla sinistra che quasi giocoforza si scarica la collera – la voglia di punizione – della solitudine operaia, dei diseredati, degli ultimi, e anche dei giovani che, in questi anni, hanno vissuto più o meno direttamente le istanze di trasformazione dei movimenti. La sinistra, i suoi gruppi dirigenti, i suoi quadri “non sono” il popolo che intendono rappresentare, non ne fanno antropologicamente e culturalmente parte (salvo eccezioni anche rilevanti e qualche volta vincenti). Stanno “altrove”. Un problema, questo, che non è riducibile alla pur importante dimensione del radicamento sociale. E che ci domanda una discontinuità radicale.
Infine, ma non ultimo, va considerata appieno la difficoltà di una battaglia culturale che si scontra con lo slittamento progressivo del senso comune e dei valori dominanti. Non ci sono, cioè, soltanto i dis-valori che l’egemonia di destra ha disseminato nel ventre profondo della società (il primato assoluto dell’economico e della logica di mercato, la società come giungla, competizione e “selezione naturale” dei più forti, il carattere “naturale” delle disuguaglianze ). C’è l’infinito moltiplicarsi dei miti delle avventure individuali (di cui già parlava Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del Carcere) nel cuore dei processi di frammentazione, isolamento, spaesamento. C’è il dissolversi delle compattezze acquisite da duecento anni di modernità – l’ennesima crisi dei paradigmi illuministici, della fede incondizionata nella ragione. C’è l’individuo “singolarizzato” che appare impermeabile, per definizione e collocazione materiale, ad ogni narrazione collettiva. C’è il nuovo rapporto tra la produzione di merci, la pubblicità, i mass media e la costruzione attiva della idea di vita possibile e/o auspicabile. C’è il rapporto tra la produzione di senso della vita e il consenso politico e sociale al modello del capitalismo contemporaneo. Anche questi temi sono stati da tutti noi ampiamente sottovalutati.
1d. Il vuoto a sinistra
L’altra faccia del risultato elettorale, che più da vicino ci tocca e ci compete, è la duplice sconfitta che l’ha caratterizzato: quella del Partito Democratico, e quella della Sinistra. Per quanto lontane e anzi incomparabili siano le proporzioni numeriche tra il Pd e SA, per quanto gli analisti e il gruppo dirigente veltroniano tendano a sottacere il ridimensionamento delle loro aspettative (ed anzi continuino a discettare di un “successo” del Pd), queste sconfitte parallele ci parlano oggi di un vuoto politico che interroga drammaticamente la qualità della democrazia italiana. La scomparsa totale dal Parlamento italiano di eletti che si richiamino a una delle famiglie politiche della sinistra del ‘900 - socialismo, comunismo, socialdemocrazia, sinistra alternativa, culture critiche - non è soltanto un “nostro problema”, non è riducibile a un effetto meccanico della legge elettorale in vigore: paradossalmente, e spesso a dispetto delle affermazioni di autosufficienza, essa indebolisce anche il campo riformista o postsocialdemocratico, e ne depotenzia l’iniziativa. Da questo punto di vista, l’Italia è parte di un quadro europeo nel quale l’intero campo delle sinistre è entrato in sofferenza (con la diversità già richiamata della Spagna), come emerge anche dalla più incipienti difficoltà del Partito Socialista Europeo.
In realtà, da noi lo schema di semplificazione bipartitica, e di “modernizzazione americana”, sul quale si è incentrata la campagna elettorale, si è rivelato una trappola, ovvero una sorta di illusione prospettica per i suoi stessi promotori. Il Partito Democratico ha sì prodotto lo svuotamento elettorale della sinistra alternativa nel nome del “voto utile” e di una rassegnazione di massa a una competizione che è stata percepita come un referendum tra i due leader di due partiti, ma ha perduto seccamente la sfida fondamentale: quella del governo nazionale. La sconfitta di Roma si è aggiunta a ciò e ne ha reso plasticamente evidente la portata. Il risultato politico d’insieme è, per un verso, il restringimento quantitativo e qualitativo del campo dell’opposizione politica; per l’altro verso, il mancato “sfondamento al centro”, data anche l’autonoma resistenza delle forze centriste (Udc e Idv). Dunque, ne è risultato uno spostamento ulteriore a destra dell’asse politico-parlamentare. Ma, anche, una prospettiva che si è rivelata di corto respiro, come la “vocazione maggioritaria” proclamata di una forza – il Partito Democratico – che è nata ed è stata costruita come una macchina funzionale ad un unico viaggio\approdo: il Governo. Consumata questa chance, anche nella sua eventuale versione bipartisan (almeno per ora, vista l’entità della vittoria berlusconiana), il Pd stenta a definire un ruolo e una fisionomia definite. Tutte le scelte della “stagione nascente”, praticate a partire dalle primarie dell’ottobre 2007, si rivelano inadeguate ad una fase di opposizione, per quanto soft e “responsabile” essa sia. Come il modello “liquido” di partito, a vocazione presidenzialista e iper-comunicativa. O come l’espulsione (anzi, l’espunzione) dalla politica del conflitto sociale, nel nome della fine delle contraddizioni di classe, ed anzi della scomparsa stessa della nozione di classe. O come, ancora, l’orgogliosa pretesa di autosufficienza, che renderebbe superfluo ogni problema di alleanza. O come, infine, i trionfi passati del “modello Roma”.
Per tutte queste ragioni, le difficoltà del “veltronismo” (che è ben altro e va oltre la leadership di Walter Veltroni) sono destinate a maturare, e forse a riaprire all’interno del Partito Democratico nuove contraddizioni, nuovi confronti e una nuova dialettica politica. I primi segnali, per altro si sono manifestati fin dall’inizio della legislatura. Fuori da ogni tentazione “entrista” o subalterna, questa possibile nuova dialettica non potrà non interessarci da vicino, poiché non solo potrebbe riaprire varchi in un quadro politico apparentemente chiuso, ma potrebbe anche favorire la rimessa in causa dell’impianto del “riformismo” neocentrista a vocazione maggioritaria.
Parte II – PRC, CHE FARE?
2a. Rifondazione comunista, un’ambizione da salvare
Noi, tutti noi, siamo chiamati, in questo congresso, al compito più arduo della nostra storia: salvare Rifondazione comunista. Abbiamo certamente già vissuto molti momenti duri e drammatici. Ma questa volta è diverso. Qualcosa di profondo si è rotto, nella connessione politica e sentimentale con il nostro popolo. Qualcosa che ha radici vicine ma forse anche e soprattutto lontane. Quanto è accaduto dipende certamente da noi, ma è anche maturato in virtù dei processi economici, sociali, culturali in atto in Italia, in Europa e nel mondo globalizzato. Non sarà sufficiente, perciò, alcuna “manutenzione” , anche la più accurata e impegnata, delle nostre strutture organizzative, per cominciare a superare la crisi in cui ci troviamo. E’ decisiva, invece, un’analisi spietata degli errori e delle responsabilità che abbiamo accumulato: non il solito esercizio rituale dell’autocritica, ma la riflessione sulla nostra incapacità di praticare un modello di partito e di vita interna che si approssimasse a ciò che pure proclamavamo come necessario – una riforma radicale della politica, una critica nonviolenta del potere, una modalità delle relazioni non gerarchica e davvero sottratta alla “giungla competitiva”, agli individualismi, alla semplificazione leaderistica, all’incoerenza sistematica tra il dire e il fare.
C’è stato, in questi anni, un deficit reale di democrazia interna: non possiamo non prenderne atto e non ragionare, insieme, sulle terapie che andranno messe in atto. Anche e soprattutto per questo, sarà essenziale, piuttosto, un confronto serio, approfondito, fraterno. L’unità solidale del Prc, oltre la differenza di opinioni, posizioni, subappartenenze. Ed ecco il lavoro unitario, il primo e più significativo impegno collettivo in cui cimentarci: utilizzare tutte le nostre risorse non nell’esercizio di circoscrivere le responsabilità, tanto meno nell’attribuzione di “colpe”, ma per capire collettivamente che cosa è davvero successo e come collettività costruire le risposte necessarie. Mai come in questa circostanza sono da bandire, nelle nostre file, processi sommari, semplificazioni, ideologismi, coazioni a ripetere. Mai come in questo congresso ci sono dannose le posizioni predeterminate, cristallizzate nel correntismo che purtroppo tormenta da sempre la vita del Prc, ne mina l’unità, lo spirito collegiale, l’efficacia nell’azione, impone una selezione spesso distorta dei gruppi dirigenti, anche nei territori, impedisce ogni verifica concreta del lavoro svolto.
Noi, tutte e tutti noi, vogliamo rilanciare Rifondazione comunista e salvarla dai due principali pericoli che incombono.
Il primo, è la tendenza alla dispersione. Allo scoramento. Alla persuasione del carattere “definitivo” e irreparabile della sconfitta. Alla tentazione del “ritorno a casa”. Allo scetticismo. Alla pulsione di sperimentare altrove, in luoghi più grandi e più solidi, la volontà che resta di fare politica. Non si tratta, nient’affatto, di un pericolo minore: se non abbiamo uno scatto, se non riusciamo a fare un congresso vero, appassionato, e politicamente trasparente, se non siamo in grado di offrire una prospettiva alla nostra gente, anche e soprattutto a coloro che hanno cessato di votarci, la slavina diventerà valanga. Questo, dunque – lo ripetiamo – non può che essere il congresso del coraggio politico.
L’altro pericolo è quello dell’arretramento minoritario. Rifondazione come rifugio dalle tempeste che scuotono il mondo. O come identità mutilata di quella che è stata sin qui la sua più preziosa e peculiare caratteristica, conquistata nel percorso storico del Partito e non certo predestinata: la responsabilità di innovare l’agire politico per la trasformazione, aggiornarlo, metterne in discussione i codici originari per riguadagnare un orizzonte di cambiamento radicale e l’ambizione del “movimento reale” nella relazione con i soggetti concreti dei conflitti e delle lotte e nello slancio a “pesare” sulla politica, sulla vicenda della democrazia, sulla decisione pubblica. Non si può ricavare alcuna identità della Rifondazione comunista, espungendone questi tratti e presumendone una da custodire nell’attesa, forse, di tempi migliori. Ancor più nociva e stravolgente della nostra storia, sarebbe una narrazione dei compiti e del futuro del Prc come di un piccolo “nucleo d’acciaio” che resiste ai flutti ma rinvia all’infinito le fatiche maggiori del fare politica. Convivendo con simili approcci non avrebbe alcun senso né si realizzerebbe nella realtà alcun ritorno “nel sociale”, in fabbriche, territori e quartieri, capace di produrre spazio pubblico e riprogettazione di alternativa.
No: la Rifondazione Comunista non si salva nel deserto. Non può salvarsi se non mette in campo, subito e risolutamente, un progetto di ricostruzione di una soggettività politica generale del conflitto sociale, dunque di ricostruzione di uno spazio e di un campo definiti della sinistra per l’alternativa. Non può vivere se punta prioritariamente a sopravvivere, a tornare alle origini, ad accantonare il patrimonio di innovazione di questi anni. O meglio: può “vivere”, sì, nello spazio che consentirà pressoché a chiunque una società in via di galoppante americanizzazione delle forme politiche, nel senso precisamente della loro separazione dal conflitto sociale e della sterilizzazione di ogni progetto di cambiamento generale. Lo spazio di una nicchia ininfluente, o di un piccolo gruppo. O anche lo spazio riservato all’isolamento della protesta e del radicalismo sociali che, pur necessari, hanno oggi davanti a sé il problema di riuscire ad affermare la propria soggettività e di unificare una capacità di produrre progettualità politica, egemonia culturale, prospettiva di trasformazione. Così è negli Stati Uniti, dove si conducono lotte anche durissime e molto avanzate ma nella rigida separazione, imposta da un solido sistema di potere e di neutralizzazione degli istituti democratici, da ogni possibilità di rappresentanza e di impatto generale sulle politiche pubbliche. Le protagoniste e i protagonisti di quelle lotte quando si recano alle urne non hanno per chi votare. Persino in Francia si è prodotta una separazione incolmabile tra società e politica che, malgrado la bocciatura del Trattato costituzionale europeo prodottasi su una scia di lotte condotte “nel nome di un’altra Europa, di popolo e di sinistra”, ha portato al successo di Sarkozy e delle destre. Non è andata poi tanto diversamente in Italia. La Francia ci aveva avvertito.
E’ dai movimenti, nella loro globalità, senza esclusioni e contrapposizioni, dalle pratiche sociali e dalle lotte, pur in un sistema fortemente segnato dalle culture dominanti, che può nascere una possibilità di vittoria. Ma non senza che con loro e tra loro si riapra una processo politico in grado di assecondare, potenziare e diffondere l’ondata e svilupparne una proposta adeguata d’alternativa. Senza di questo, non solo non si vince ma il movimento stesso è destinato a rifluire. Le sirene del ritorno puro e semplice al territorio, dell’indifferenza tra destra e sinistra, si fanno sentire anche qui.
2b. Dal Congresso di Venezia al prossimo congresso. L’esperienza di governo
Noi, tutti noi, vogliamo salvare Rifondazione comunista, ma soprattutto il patrimonio di cultura politica e di pratica d’innovazione che abbiamo costruito negli anni. D’altra parte, era sul terreno dell’innovazione che si incentrava la proposta portata allo scorso Congresso, quello di Venezia, con una discussione impegnativa e generando scelte che oggi siamo in dovere di sottoporre a vaglio critico: specie perché oggi discutiamo in una situazione straordinariamente drammatica, su un risultato elettorale che è giunto all’indomani della chiusura di un’esperienza precisa, la partecipazione al governo Prodi.
Al centro della discussione di Venezia non vi fu, però, soltanto la possibilità di fare parte di uno schieramento elettorale e in caso di vittoria di partecipare al governo: la proposta di allora non è riducibile semplicisticamente ad un tale approccio politicista, ad una sorta di contrasto tra “governismo” e “opposizionismo”. Ciò che vi è da porre a bilancio è, al contrario, la scommessa che con quel Congresso si delineò: di rompere cioè la tradizionale spartizione di compiti – ai partiti la politica istituzionale, ai movimenti le proteste e le lotte – , di avanzare la sfida (che si rendeva necessaria alla fine del quinquennio berlusconiano e, insieme, delle più intense mobilitazioni sociali e civili) sulla permeabilità dell’Unione alle istanze dei movimenti e della sinistra di popolo. Questa sfida, abbiamo già detto, l’abbiamo perduta. La prospettiva che ora è aperta di fronte a noi è quella di una stagione di opposizione, non solo non breve ma che oggi dobbiamo obiettivamente assumere come terreno di ricostruzione complessiva.
Di certo, in quei tempi, la scelta assunta al Congresso di Venezia si presentava come necessitata e insieme la sola adeguata a verificare una traduzione sul terreno politico del nostro rapporto con il conflitto sociale e con l’irruzione dei movimenti sulla scena. Altrettanto fortemente va oggi riaperto il dibattito sul rapporto tra sinistra e governo, tra sinistra e rappresentanza, tra sinistra e strumenti della trasformazione, tra sinistra e agire politico.
Nelle elezioni del 2006 si produsse, anche attraverso il consenso elettorale che ricevemmo come Partito su quella proposta e sulla configurazione del progetto della “Sinistra Europea”, una sorta di “estremo investimento” che corrispondeva alla domanda diffusa di cambiamento. Un investimento vincolato e a termine: che ha finito per protestarsi nelle elezioni successive, le scorse, punendo in particolare la sinistra e noi in essa, che avevamo candidato quella domanda a farsi determinante. Un investimento revocato e rovesciato, nella misura della delusione delle aspettative che avevamo suscitate intercettandolo. Una sanzione inaspettata nella sua gravità. Un divorzio, una violenta separazione tra la percezione diffusa e l’iniziativa politica: tra la frustrazione delle aspirazioni delle molte e dei molti e l’azione proiettata e al contempo imprigionata in un’alleanza fra ceti politici, sul terreno di un governo a sua volta prigioniero di un’illusione tecnocratica e per questa via sensibile piuttosto al richiamo dei poteri forti. Per noi, per la nostra cultura politica e per il suo nucleo d’innovazione, un divorzio atrocemente ironico: fra l’assunto del “cambiare il mondo senza prendere il potere” e lo scacco matto datoci dalla riduzione del governo a “minuta” del potere stesso – la conferma della trasformazione del potere esecutivo in un luogo separato di pura gestione, impermeabile appunto al doppio movimento fatto di conflitto sociale e mediazione politica che ne era stato il “vincolo esterno” novecentesco; la conferma, al tempo stesso, della soverchiante incidenza dei luoghi di decisione dell’economia mondiale sulle decisioni del governo nazionale, come si è visto nella questione del rispetto dei vincoli di Maastricht sulla riduzione a tappe forzate del deficit e del debito pubblico, che ha pesantemente condizionato in particolare la prima legge finanziaria.
Siamo all’opposizione e fuori dalle assemblee elettive, torna quindi nuda e inequivocabile la nostra ragion d’essere essenziale: quella della trasformazione sociale, del mutamento dei rapporti di forza, là dove più profondamente si determinano, a favore delle classi lavoratrici e subalterne; della produzione di spazi liberi e liberati dal dominio della merce; della crescita sostanziale della democrazia, come partecipazione, rottura progressiva dei poteri oligarchici, capacità decisionale di massa. Non è la scelta – tanto più perché subita, quanto mai obbligata dalla punizione nelle urne – della collocazione politica che ci salva. Né da sola e di per sé può riscattarci l’enunciazione di una “lunga marcia” nel sociale, da intraprendere ora e cioè all’indomani di quel divorzio. Decisiva, oggetto principale della nostra verifica su noi stesse e noi stessi, è la capacità di avviare un processo di ricostruzione insieme sociale, politico e di movimento, intervenendo sulle radici della sconfitta di oggi e perseguendo una dimensione ampia, di massa, allargata ben oltre i confini organizzativi che al momento segnano soprattutto la violenta separazione intervenuta con il tessuto sociale. Per questo praticare l’opposizione e una proposta strategica per essa significa oggi esercitarsi in un ambito costituente della possibilità stessa d’un nuovo discorso politico. Ed è per questo che il patrimonio di innovazione che aveva attraversato il congresso di Venezia, precedendo e trascendendo la stessa scelta di governo, andrà finalmente messo a frutto, per salvare il Prc e far rinascere la sinistra. Mentre esso, in questi anni, è andato largamente disatteso.
A Venezia veniva a maturazione un percorso politico-culturale, avviato fin dalla metà degli anni ’90 e ri-avviato nel 2001 (Genova) dall’esplosione del movimento altermondialista: il primo tentativo organico di fuoruscire dalle tradizioni del ‘900 e di coniugare la centralità del lavoro (e dei soggetti del lavoro) con le nuove culture critiche. Il femminismo e la lotta al patriarcato, l’ambientalismo e la messa in causa dei paradigmi tradizionali della crescita, il pacifismo e la sua sottrazione ad ogni residua tentazione campista, sancito dalla opzione strategica della nonviolenza, non erano più assunte come “lussi” in qualche modo sovrastrutturali, ma componenti organiche del “nuovo movimento operaio” da progettare e costruire. Ora si tratta di dar corso, fino in fondo, alla definizione di questa identità, di reindividuarne i contenuti e gli ambiti prioritari, nonché gli strumenti necessari per praticarla e farla vivere, nel Paese e nella sua dimensione naturale, che è quella europea. Non per caso, a Venezia venne sancita, tra resistenze e perplessità, la nascita del Partito della Sinistra europea.
Il primo di questi ambiti è il rapporto privilegiato e di “pari dignità” con i movimenti. Il movimento operaio, in generale, ma anche con più ravvicinate condivisioni di percorsi soggettivi, a partire dalla sinistra sindacale diffusa e in particolare la Fiom – non a caso oggi sottoposta alla terribile pressione derivante dalla torsione che vive la dimensione confederale del sindacato, facilitata in senso ancora più negativo dalla sconfitta della sinistra politica , costretta all’’inseguimento di una “governance” concertativa delle relazioni sociali, messa in crisi da destra – o delle combattive esperienze di base. Il movimento delle donne, il femminismo, senza di cui non si dà parola politica realmente contro il potere. I movimenti di lotta e di critica alla globalizzazione, che hanno consentito l’uscita dalla grande gelata dell’ultimo ventennio del ‘900 e che non sono certo esauriti. Ma anche il tessuto delle diffuse vertenzialità territoriali, capaci di pratiche di democrazia diretta e di liberazione. Il Partito non è, più, definitivamente, la sede del pensiero politico “generale” che porta a sintesi le diverse “parzialità”: è una parzialità che agisce sulla grande scala, un luogo di elaborazione e di proposta, un organizzatore di lavoro a disposizione della cooperazione politica dei soggetti. Il Partito vive se è capace di stare nei e con i movimenti, di farsene contaminare e di assumerne le pratiche virtuose. Un Partito che, tanto nei singoli territori quanto a livello generale, tanto nei casi di una vertenza per il diritto all’abitare o contro le espulsioni collettive dei migranti o per ottenere una delibera comunale di riconoscimento delle unioni civili quanto in quelli di una mobilitazione europea contro direttive liberiste e liberticide, oppure della contestazione ad un vertice dei poteri globali quale il G8, sappia mettersi alla prova nell’essere organizzatore diretto del conflitto, insieme e in cooperazione con gli altri soggetti protagonisti, non pensando di limitare la propria funzione alla semplice rappresentanza del conflitto stesso. Che sappia cioè passare dalla rappresentanza all’esercizio diretto del conflitto.
L’altra priorità è la nonviolenza: che non è semplice rifiuto della violenza e della distruzione dell’altro come condizione per il proprio avanzamento, ma critica radicale del potere, dei suoi assetti, della sua oppressività. Noi, finora, abbiamo espresso un’intenzione. Non ancora una pratica, giacché la pratica non è mai stata coerente con questa intenzione. E nemmeno un avvio di innovazione. Il nostro Partito non potrà, d’ora in avanti, che mettere a tema questa nuova capacità di coerenza.
E poi la democrazia: una idea di “democrazia radicale” che trasforma in contenuto e strategia ciò che ha, nel caso migliore, lo statuto di un semplice mezzo. Una democrazia capace di nutrirsi non solo di partecipazione, forza dei corpi, costruzione di spazi pubblici in agorà che si moltiplicano, ma di forza decisionale dei soggetti. Una democrazia come fine, per contrastare la passivizzazione crescente di massa e le tendenze a-democratiche che stanno prevalendo. E per identificare il ruolo – ma la soprattutto la necessità - della sinistra politica. Una democrazia che non può non essere, infine, la condizione della stessa ricostruzione di una sinistra d’alternativa larga, partecipata: nel senso che non si dà una simile impresa senza che la decisione politica venga rimessa ad una pratica democratica, aperta realmente ad ognuna ed ognuno, sulla base della più semplice e insieme più rivoluzionaria parola d’ordine democratica - “una testa, un voto”.
2c. Quale modello di Partito.
Come si vede la riflessione aperta a Venezia, pur non essendo seguita da una pratica coerente, ci ha posto grandi interrogativi sulla forma partito che ora dobbiamo raccogliere. La crisi profonda della politica, entro cui si colloca la stessa crisi della sinistra, dei modelli partitici e organizzativi novecenteschi non può certo essere risolta con atti di buona volontà. Richiede un’ampia riflessione collettiva e soprattutto un’adeguata e ponderata sperimentazione. Né si può pensare di importare modelli precostituiti. Abbiamo più elementi da cui imparare in negativo che esempi virtuosi da seguire. Tuttavia un dibattito si è acceso e trascende gli ambiti delle forze politiche strettamente intese, riguarda anche quelle esperienze nate su base locale o di movimento. Dobbiamo sapere interloquire con questo dibattito, sapendo che un processo di autoriforma del modello partito, senza la capacità di raccogliere e accogliere soprattutto le riflessioni e gli stimoli esterni alle forme partitiche, non è possibile.
L’analisi delle profonde modificazioni intervenute nella società contemporanea a seguito di quello che più volte abbiamo definito la “rivoluzione restauratrice” del capitalismo, sono il punto di partenza per definire le nuove funzioni e le nuove forme concrete di un nuovo modello di partito, che sfugga alla sola dimensione della “forza” comunque aggettivata.
La devastazione di senso che è stata provocata dalla frantumazione sociale e dalla pervasività, nelle sue varie forme, anche le più accattivanti, come quelle dell’intrattenimento televisivo, del pensiero delle classi dominanti, unitamente alla sconfitta storica che le esperienze rivoluzionarie hanno subito nel novecento, hanno incrinato irrimediabilmente qualunque discendenza del messaggio politico dalla adesione ideologica. Non si tratta perciò, per un partito di sinistra, di raccogliere consensi tra le masse popolari semplicemente disvelando loro la loro effettiva condizione sociale, perché tra questa e l’adesione politica non vi è alcun nesso. La facilità con cui avviene lo spostamento a destra dell’orientamento delle stesse classi popolari ne è una dimostrazione. Ancor meno ciò è possibile attraverso la sottolineatura della propria identità ideologica. Oggi si tratta di ricostruire e di produrre senso, non tanto di raccogliere consenso. Questo significa accentuare i caratteri gramsciani del partito come intellettuale collettivo. Nel senso che la formazione delle idee, del “senso”, non può avvenire per trasmissione dall’alto al basso, dall’avanguardia alle masse, ma come capacità di questo intellettuale collettivo di essere presente e protagonista nei vari punti e ai vari livelli nei quali si producono conoscenza e significati. Diventa perciò cruciale il rapporto con il mondo della cultura, nella sua accezione più ampia, che comprende anche quella scientifica e tecnica. Gli intellettuali, nell’accezione più ampiamente gramsciana del termine, non sono più, se mai lo sono stati, utili compagni di strada, o brillanti interlocutori, ma i protagonisti della creazione di un nuovo senso di società, di cui il partito deve essere propulsore, interprete, seguace. La formazione dei gruppi dirigenti del Partito va effettuata all’interno di questo più generale processo. In questo modo va superata la storica scissione tra il processo di formazione delle idee e quello della decisione politica, fra dibattito culturale e scontro politico.
La democrazia interna al Partito è dunque questione di sostanza, anche se per essere concreta deve tradursi in forme ben precise. Riguarda cioè il processo di formazione delle decisioni. Superare il “centralismo democratico” non significa semplicemente autorizzare la libera espressione di ciascuno, individuale o anche in forma correntizia, ma garantire fino in fondo la circolazione dei flussi di conoscenza che sono alla base del processo decisionale competente e responsabile. Da questo punto di vista è decisivo, proprio per la formazione delle decisioni, il ruolo delle rappresentanze territoriali che siano capaci di trasmettere istanze e orientamenti che nascono e si sviluppano nei diversi territori.
Il modello di partito cui aspiriamo è perciò aperto alla società, nel senso più profondo del termine. Questo non significa deprivare gli iscritti del loro potere di determinare le decisioni e le scelte del loro Partito, ma significa garantire le condizioni con cui queste scelte possano maturare nel modo più democratico e più consapevole possibile. Il che, in un modello di partito chiuso, non permeabile ai movimenti politici, sociali e culturali, sarebbe del tutto impossibile.
Naturalmente questo significa concepire il Partito costantemente proiettato in una dimensione internazionale, e non solo europea, anche se da qui bisogna in primo luogo partire, come ha dimostrato anche la positiva esperienza della Sinistra Europea. Le interazioni politiche, istituzionali, sociali, economiche, culturali conseguenti, nel bene e nel male, al processo di globalizzazione nel quale siamo inseriti, rende asfittico qualsiasi prospettiva di chiusura del pensare e dell’agire politici entro le dimensioni nazionali. Questo deve avvenire rispettando pienamente le condizioni di assoluta parità tra le espressioni politiche della sinistra dei vari paesi, essendo improponibile qualunque forma di sudditanza o di organizzazione rigidamente gerarchizzata su scala internazionale.
La produzione di senso di cui abbiamo bisogno non può solo avvenire per via intellettuale. Deve investire la nostra presenza pratica nella società. Il radicamento nel territorio, che da più parti, anche fuori di noi viene invocato, spesso con toni salvifici, quanto inconsistenti, non può significare semplicemente la costruzione di circoli di strada o di fabbrica, l’organizzazione dei volantinaggi davanti alle scuole o ai mercati, la presenza fisica dei nostri militanti nei luoghi della vita associativa. Vuole dire anche questo, naturalmente, ma non solo questo.
Si tratta di produrre delle esperienze innovative di aggregazione e di vita solidale, si tratta concretamente di “fare società”, ricostruendo spazi e luoghi pubblici, rompendo l’isolamento, la frantumazione del tessuto sociale, l’isolamento individuale. Ciò che è mutato nelle relazioni sociali tra le giovani generazioni ci segnala una necessità impellente: abbiamo bisogno di mettere a disposizione nuovi strumenti per una diversa socialità. In questo senso va preservato e valorizzato quanto fino ad oggi è stato fatto dalle giovani e dai giovani comunisti sul terreno dell’innovazione e della pratica politica. L’autonomia dell’organizzazione giovanile, reale motore di ogni sperimentazione, è quindi un’acquisizione fondamentale e irrinunciabile.
I nostri circoli, le nostre strutture di base non possono essere solamente il luogo dove si discute di politica o dove si organizza materialmente l’iniziativa esterna, ma devono essere propulsori ed essi stessi sede di una nuova socialità, di una nuova attività creativa nel campo delle relazioni umane, della solidarietà mutualistica, della ricerca e della produzione intellettuale e artistica, di elementi di nuova coscienza di sé e di liberazione. Devono cercare di diventare centri di organizzazione e di esplicitazione di un nuovo senso della vita e della società. Il movimento dei movimenti, da Genova in poi, ha sperimentato forme di autorganizzazione mirate a contrastare il flusso mediatico con pratiche di autoproduzione e condivisione di informazione e di trasmissione (mediattivismo) che hanno dimostrato la praticabilità di nuove forme di comunicazione del fare politica e di produzione di senso.
Tutto ciò è impossibile senza una radicale innovazione delle forme della nostra organizzazione. Le esperienze più avanzate di movimento che in questi anni abbiamo attraversato non hanno viceversa cambiato la nostra struttura. Lo strumento principe di una simile, necessaria innovazione è la democrazia. Soggetto politico e soggetto sociale vanno rimessi in relazione. In questo senso, ci possono essere molto utili teorie e tecniche che afferiscono appunto alla democrazia partecipativa e deliberativa. Tali approcci non sono utopie, né forme di democrazia diretta, ma concreti cambiamenti che possono essere apportati alle modalità dei processi decisionali perché si generi maggiore inclusione di punti di vista, trasformazione delle preferenze individuali durante i processi, mediazione dei conflitti, e infine nuove e più belle identità di quelle di partenza. Inoltre, l”utilizzo delle nuove tecnologie ha dato vita a tecniche e teorie di quella che oggi viene definita “e-democracy”, che pur non potendo surrogare il primato della partecipazione fisica, possono comunque allargare la sfera dalla partecipazione.
Un tale processo di ricerca e innovativo delle forme di organizzazione può rappresentare un significativo contributo del Prc all’apertura di un reale processo costituente a sinistra.
III – LINEAMENTI DI PROSPETTIVA
3a - Le culture politiche della trasformazione
Non solo il nostro Partito, ma l’intero campo della sinistra, se vuole rinascere deve liberarsi dal vizio antico dell’assolutismo identitario che può anche “uccidere con trasporto”. Questa scelta è resa ancora più urgente e necessaria dal disastro elettorale. Se per molti milioni di persone la nozione di sinistra non ha più il significato stringente – politico, culturale, emotivo – che ha avuto per una lunga fase della storia, se addirittura essa oggi rischia di essere una “parola che non parla”, quasi una parola vuota, è esattamente lì, alla radice del significato di sinistra, che bisogna tornare. Riscoprirne il senso, l’attualità, l’utilità. Rilanciarne l’operatività. Ricominciare a esperirne il reale valore trasformativo. Se è vero che l’eredità non è di chi la lascia, ma di chi la riceve, e che deve “filtrare, passare al setaccio, criticare…riaffermare scegliendo”, è vero altresì che il terreno principale del confronto è quello che si svolge sulle culture politiche dell’innovazione e della trasformazione. A noi pare la dimensione più feconda per uscire dalla tagliola tra omologazione e minoritarismo, tra conservatorismo e “nuovismo”, tra arroccamento e “tradimento”.
Se oggi dovessimo definire – in una sola parola – il senso della sinistra, useremmo come sua gemella e sinonimo quella di liberazione. Liberazione del (e dal) lavoro, dell’ambiente, della persona, oggi diversamente ma egualmente imprigionati nelle gabbie del capitalismo globale e dell’élite dei “megaricchi che intendono distruggere il pianeta”. Liberazione come processo generale, dentro le macrostrutture dei poteri economici transnazionali, come rovesciamento graduale dei rapporti di forza, ma anche come processo di autodeterminazione di sé. Di fronte alla crisi di civiltà che attanaglia l’Occidente, in una catena di regressioni sempre più agghiacciante – la paura, l’insicurezza come condizione esistenziale, la violenza, la guerra – non è più possibile stilare gerarchie di sofferenze o dotarsi di “centralità” strategiche, separare i diritti sociali da quelli civili, puntare sulla “contraddizione principale” contro quella secondaria. Dal tempo in cui Marx ed Engels, nella celebre conclusione del “Manifesto”, invitavano il proletariato a infrangere le catene dello sfruttamento e dell’alienazione, per guadagnare un mondo, il modo di produzione del capitale ha accresciuto a dismisura la sua voracità, ha invaso tutte le sfere della vita, ha rotto l’autonomia della conoscenza, mercificando la rivoluzione scientifica e tecnologica più estesa dei tempi moderni. Insomma, “ha distrutto tutto ciò che appariva solido”, divorziando da ogni ideologia e pratica di progresso, anche dal liberalismo che gli appariva congeniale – e forse anche dalla democrazia politica.
La sinistra del XXI secolo potrà rinascere come leva dell’opposizione e della trasformazione solo se sarà capace di far maturare, nei conflitti, nel lavoro e nel non lavoro, nella vita reale, nelle scuole, nei luoghi della formazione, questa idea di liberazione e di possibile libertà. E’ l’idea di una sinistra che nasce da una consapevole maturazione del concetto di relazione. Quella tra il fare e il suo perché, fra la specie umana e il resto del vivente, tra il vivente, il pianeta e le sue risorse, tra i diversi interessi delle classi, tra il punto di vista femminile e quello maschile.
3a.1 La centralità del conflitto capitale-lavoro
Non c’è sinistra che non sia connessa, socialmente, emotivamente, politicamente, al mondo del lavoro. Non si dà sinistra “rappresentativa” che non sia capace, non banalmente di “tornare nelle fabbriche” o negli uffici, ma di porsi in sintonia con i salariati. Non c’è sinistra, se non c’è un soggetto consapevole di ciò che è accaduto, nell’ultimo ventennio, in Italia e in Europa: una gigantesca lotta di classe, che ha prodotto uno spostamento di dimensioni inedite a favore di rendite e profitti, e a sfavore dei redditi dei lavoratori dipendenti, e ha in parallelo trasformato la precarietà lavorativa in condizione strutturale e stabile, nel mercato del lavoro, nella realtà economico-sociale – e perfino nella psicologia di massa. Non c’è sinistra, dunque, che possa davvero misurarsi con la sfida della politica di governo se non è in grado di produrre un avanzamento concreto, materialmente percepibile, a favore di chi lavora e di chi è costretto alla precarietà.
Le grandi trasformazioni che il capitalismo ha determinato nell’attuale fase della globalizzazione hanno articolato e frantumato il processo produttivo e contemporaneamente concentrato il potere decisionale nelle mani di pochi; hanno saturato mercati e ne hanno creato di nuovi; hanno negato i bisogni più elementari della stragrande maggioranza delle persone su scala mondiale e allo stesso tempo ne hanno prodotto dei nuovi indotti dal tipo di sviluppo, aprendo così una clamorosa contraddizione tra questo e l’ambiente, tra la crescita economica e le condizioni di vita delle donne, degli uomini e dei loro diritti; hanno introdotto la precarietà come condizione strutturale e di sistema. Quindi il conflitto tra il capitale e il lavoro in tutte le sue forme, resta ineliminabile e ineludibile.
Questo vale per l’Unione Europea che, da occasione per migliorare le condizioni di lavoro e di vita dei paesi più deboli, si è invece rivelata uno strumento per scardinare le norme legislative più avanzate in materia di lavoro, per togliere diritti a chi ancora ne ha, per uniformare al ribasso le condizioni di lavoro e di vita. Ma vale ovviamente soprattutto per il nostro paese, nel quale gli stessi dirigenti del Partito Democratico considerano invece obsoleta l’idea della lotta di classe. Quando, nel corso della nostra esperienza di governo, ci si è misurati sulle grandi questioni della politica economica e sociale, i poteri forti hanno prevalso e le mediazioni finali sono state perdenti per i lavoratori, anche per la debolezza, e spesso l’assenza, dell’unico elemento che avrebbe potuto modificare la situazione, cioè il conflitto sociale.
Su questo si misura anche l’involuzione del ruolo delle grandi organizzazioni sindacali, come si può vedere anche nella recente ipotesi di intesa sulla riforma della contrattazione, che rischia di svuotare la funzione del contratto nazionale di lavoro verso una contrattazione di secondo livello che è preclusa alla grandissima maggioranza dei luoghi di lavoro.
L’insuccesso della nostra sfida di governo, che di fatto è stata sancita dal protocollo del 23 luglio 2007 sul Welfare e dall’impedimento a modificarlo nella sede parlamentare con l’imposizione del voto di fiducia, sta prima di tutto nel rafforzamento del ruolo dell’organizzazione padronale, la Confindustria, vera vincitrice in questa fase politico-sociale. La Confindustria in molti casi ha saputo e potuto dettare l’agenda politica; ha ottenuto dal governo sostegni concreti senza contropartite – come avvenne con la riduzione del cuneo fiscale -; ha potuto così preparare il terreno per aggredire il contratto nazionale di lavoro, per mettere in discussione il diritto di sciopero, per ritornare alla carica contro l’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori.
La nostra capacità di resistenza è stata troppo debole. Ha pesato l’assenza di un radicamento nei luoghi di lavoro e sul territorio. Malgrado l’impegno profuso, siamo risultati inefficaci al governo e nel parlamento e poco presenti nei luoghi dove il lavoro ha assunto le mille antiche e moderne forme dello sfruttamento.
Da lì dobbiamo dunque ripartire, raccogliendo quello che è stato disperso, ricercando e inventando spazi di incontro, dentro e fuori i luoghi di lavoro, rispondendo alle domande di intervento sulla condizione lavoratrice e contrastando così la penetrazione nei tessuti operai e popolari della Lega e delle stesse destre. La vittoria dell’impresa da una parte – e quindi la perdita di potere dei lavoratori – e la degenerazione della politica dall’altra hanno creato un solco che non possiamo colmare dall’oggi al domani. Serve un lavoro capillare, determinato e paziente.
Oggi più che mai il tratto comune tra i proletari vecchi e nuovi è la solitudine, l’assenza di comunità, la mancanza di libertà. Se l’impresa, tra coloro che impropriamente furono definiti come i “garantiti”, divora fette crescenti della vita e del “tempo libero”, se gli orari di lavoro si allungano a dismisura in Europa, se flessibilità e precarietà diventano pratiche utili a un risparmio colossale sul prezzo della forza-lavoro, è l’insieme della condizione di lavoro che è entrata in drammatico svilimento. Il lavoro ha perduto dignità, senso forte e valore, sia in senso etico che economico. La precarietà lavorativa s’intreccia, in un nesso sempre più indistricabile, con la precarietà dell’esistenza stessa.
Identificare quale sia il contributo occupazionale del lavoro flessibile è cosa utile per demistificare la falsa alternativa tra precarietà e occupazione. Nello stesso tempo è evidente che una quota del lavoro flessibile è legata strutturalmente ai settori del terziario e del cosiddetto quarto settore. Se è vero che in molte aziende manifatturiere si è assistito ad una sostituzione di lavoro stabile con lavoro precario, per comprimere il costo del lavoro, è anche vero che alcune funzioni del terziario innovativo sono tendenzialmente e strutturalmente più instabili. I precari non sono soggetti definibili solo in negativo. Essi esprimono nuove strategie di vita e di relazione, nuovi bisogni, nuovi significati, nuove opzioni che meritano di essere considerate anche per la nuova potenziale “politicità” che esprimono. Si apre quindi un problema inedito di come tutelare e rappresentare questi lavoratori.
La nostra politica per il lavoro deve quindi riguardare allo stesso tempo il mondo del lavoro, quello del precariato, quello del non lavoro. In questo quadro si collocano sia la nostra proposta di superamento della legge 30 - per riunificare le figure del lavoro dipendente, con l’eliminazione delle false partite Iva, cioè del finto lavoro autonomo, riducendo il contratto a termine a una casistica precisa e favorendo l’assunzione a tempo indeterminato – quanto quella di allargamento dei diritti dello Statuto ai lavoratori delle piccole imprese.
Per rispondere alla dirompente questione salariale e alle pensioni indecenti bisogna innanzitutto difendere la funzione del contratto nazionale di lavoro, quale strumento per una ridistribuzione della ricchezza generale prodotta, e quindi per un aumento dei redditi da lavoro; bisogna introdurre un nuovo meccanismo di indicizzazione automatico annuale, che non abbia influenze negative sull’inflazione e invece impedisca l’erosione del valore reale delle retribuzioni; ma è pure decisivo, sull’esempio di altri paesi europei, introdurre un salario minimo ed un reddito sociale per gli inoccupati e garantire continuità di reddito per i precari.
Nello stesso tempo una forza di sinistra deve sapere intervenire sui problemi del lavoro autonomo, quando esso è effettivamente tale, e non lavoro dipendente mascherato per ridurne il costo. Il bisogno di lib
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